Croste

Quando ero piccola, ovvero quando avevo 5 anni, adoravo le mie “sbucciature ai ginocchi”. Così tanto che se non le avevo mi preoccupavo di non essermi dedicata abbastanza ad attività avventurose. Come saltare i fossi. Sfida, natura, superamento di limiti e confini: c’era tutto ciò che servisse. Quell’erba verde lunga che non lasciava intravedere i bordi. L’adrenalina che cresceva e alla quale seguiva uno scatto breve e improvviso. Spesso era una gara e mai avrei permesso a un coetaneo di battermi. Anche se l’idea di cadere in quella melma putrida e putrescente mi terrorizzava.

I campi mi sembravano infiniti e potenzialmente infinita mi sembrava la varietà di paesaggi e giochi e personaggi interpretabili. C’era la bambina con il bassotto e quella bambina una volta aveva delle pecore e un recinto e le portava a passeggiare e poi le perdeva ma il suo bassottino di cartone le ritrovava. Sempre. Lui era infallibile, un compagno inseparabile, tranquillo, fragile ma facilmente riparabile. Bastava un poco di scotch di quello nero e massiccio. Almeno una volta al giorno intorno alle esili gambe trascinate continuamente per il giardino. Fosse così anche per chi è fatto di carne e sangue. Fosse così ci avrebbe pensato lei, con il suo scotch, e non sarebbe mai successo nulla di brutto.

C’era la viaggiatrice nel tempo. Che per viaggiare doveva percorrere un muretto stretto senza mai appoggiare i piedi in terra. Se ci riusciva sbucava nel medioevo o in mezzo ai dinosauri. Non so da cosa dipendesse. La costante era la scimmia blu di peluche che era la sua aiutante magica, la sua migliore amica, quella che si sarebbe sempre sacrificata per lei. E il cattivo di ogni storia era quasi sempre lo stesso: la casa. Che non era più una casa ma un gigantesco mostro con bocca enorme e quanti occhi quante sono le finestre. 

Ogni tanto mi aiutava anche Winter, il mio fidanzato ufficiale per anni o per sempre. Entrava nelle storie, così, all’improvviso e mi tendeva una delle sue braccia per farmi sfuggire a colate di lava bollenti o a un mare di bava di lumaca velenosa. Mio nonno l’aveva piantato un’anno prima che nascessi io, il mio acero preferito.  Ci costruivo case di teli tra i suoi rami. Salivo più su che potevo. Osservavo i suoi semi vorticare come elicotteri. Stavo a cavallo del suo ramo più grande e leggevo e provavo prototipi di orgasmi e guardavo il sole filtrare tiepido tra le foglie. Lo abbracciavo come adesso non abbraccio nessuno. Quello sì che era amore. Non questo cercarsi, allontanarsi, pedinarsi, evitarsi, fare finta di non essere legati, di non potersi legare. Io mi sentivo amata. Lui c’era, era stabile, solido, costante. Cresceva, si vestiva di colori diversi e alcune volte qualcuno ha osato provare a cambiarlo con seghe o petardi. Hanno dovuto affrontare la mia rabbia bambina, spesso sottovalutata.

Ma i fossi non li avevo vicino a casa. Dovevo scavalcare il muro che mi separava dai vicini, dalla casa del mio compagno di avventure umano e quasi coetaneo. Lo scavalcavo di continuo, fare il giro lungo non era contemplato, il muretto era come una scala per me, una scala ruvida che d’estate mi scartavetrava le gambe. Oppure andavo dalle mie amiche, da quella napoletana che voleva fare la maestrina come me e che abitava tra i campi a qualche chilometro, oppure da quella cicciotta e vestita sempre come una bambola. Lei stava vicina, ci andavo a piedi o con la mia mountain bike di un viola acceso e brillante. E in un attimo eravamo sulla Stella, il torrente che scorreva tra casa mia e casa sua. Era un parco giochi. Tra insetti, rane, erba alta e morbida, fiori, equiseti. E le canne appena sotto. E l’immancabile ortica, che un volta volli provare a stringere forte per sentire quanto male poteva fare. Meno di quello che pensassi, in verità. Adesso so che ci sono cose che fanno più male. O perlomeno un male diverso, più profondo, più acuto, più esteso e sicuramente molto meno controllabile. In fondo, con l’ortica si sa che dopo un poco finisce e questo lo rende sopportabile. La rende sopportabile l’ortica, quasi simpatica. E sicuramente ottima per farci le farinate di ceci.

Ma quando ero bambina non la mangiavo. Preferivo di gran lunga cotolette e pizze. E pasta con l’olio rigorosamente senza parmigiano. Ricordo quell’estate, quando eravamo al mare a Punta Ala e il mio fratellino era nato da poco. Fu un estate speciale perché lì, al mare, al tavolino sotto la pineta ebbi il coraggio di riassaggiare il parmigiano e mi piacque. Lo mangiavo ancora con una smorfia di disgusto per il sapore troppo forte ma c’era qualcosa che mi intrigava. O forse solo perché il mio amico ne era golosissimo mi convinsi che dovesse essere una prelibatezza. Stessa cosa per i cetrioli. Mi avevano sempre disgustato con la loro consistenza così acquosa e croccante simile al malefico e zuccherino cocomero. Eppure lì, in quella stessa occasione mi parvero commestibili. Dopo un mese o anche meno avevo già cambiato nuovamente idea e gusti.

Sui fossi, sulle croste, sulle sfide, sulle avventure non ho cambiato idea così facilmente. Anzi, sento ancora quella scintilla che si accende potente e adoro alimentarla. Invece di fossi adesso ci sono concerti o audizioni o aerei sui quali salire da sola. Le croste ogni tanto ci sono ancora, sebbene adesso misurino la mia sbadataggine più che la voglia di avventura. Il mondo mi appare ancora come un’inesplorato e selvaggio parco giochi e la vita come una scoperta continua che mi lascia a bocca aperta e mai sazia.

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Indecifrabile

Tutti si dimenticano di me, pensava, mentre la sua gatta sonnecchiava vicino a lei, sulla coperta scura e calda. Come al solito aveva la sensazione che nessuno potesse realmente comprenderla o semplicemente cogliere le sue sfumature, i guizzi di vita o rabbia nei suoi occhi. Una mappa indecifrabile e mutevole. Ecco cos’era agli occhi altrui.
Per se stessa invece era così scontata e banale. Sempre ripiegata a guardarsi, ascoltarsi, capirsi, ormai non c’era meccanismo di sè che non comprendesse. Sapeva il significato di ogni sua misera azione, conosceva i bisogni celati dietro ad ogni sua parola pensata o detta, capiva davvero tutto ma non apprezzava, nè tantomeno accettava niente di ciò che era e di ciò che era stata.

Si alzò, e di conseguenza anche la gatta saltò giù dal divano e le passò tra le gambe facendola quasi inciampare. Prese il telefono e senza esitare compose un numero, uno dei tanti che sapeva a memoria, uno dei tanti ai quali ricorreva quando pensare era diventato estenuante e voleva solo fare una pausa dalla sua testa. Dopo tre squilli rispose una voce maschile, poi lei fece solo una domanda “vieni?” che suonava più come un’imperativo o come una supplica. Lui non disse niente, si limito ad attaccare e a mettere fine alla telefonata. Il loro tacito accordo di usare meno parole possibili era sempre valido. Così, adesso, non le restava che aspettare. Ci avrebbe messo una mezz’ora ad arrivare, le rimaneva giusto il tempo di crogiolarsi ancora nel suo umore malconcio, di guardarsi allo specchio cercando di scorgere una nuova scintilla nei suoi occhi, di indossare quelle calze logore che non si decideva mai a buttare e di bersi un tè allo zenzero per contrastare la nausea.

Nausea di gravidanze mancate, di aborti sentimentali, di viaggi mai compiuti in terre condivise, amate, desiderate.
Vomitava, se ne liberava solo quando cantava. Suoni invece di cibo ma il centro di tutto è sempre la bocca, le emozioni entrano ed escono da lì. Ma preferiva di gran lunga quando uscivano. Perchè quando arrivavano spesso rischiavano di soffocarla, era costretta a stare in apnea, a sentire il battito nelle tempie e l’enorme groppo che non scendeva, impossibile da deglutire. Avrebbe voluto sputarlo subito invece di sentirsi costretta a trovargli un posto da qualche parte, dentro di sè. Non sopportava di dover accogliere emozioni non volute, specialmente la rabbia. Era rara e quando arrivava bruciava a lungo, nell’esofago, nello stomaco e poi per qualche strana ragione le arrivava fino alle profondità della vagina. E adesso la sentiva esattamente lì, era arrivata a quello stadio dopo giorni di permanenza altrove.

Eccolo, il campanello e il suo suonatore. Ed insieme a loro ecco che entra prepotente anche la paura. Paura di dover condividere qualcosa di mentalmente intimo, paura di domande, risposte, parole, sospiri. Si fida di lui, ormai lo conosce da tempo, anni, esperienze sempre uguali. Ma la paura si insinua sempre tra le pieghe della sua coscienza quando è il momento, quando lui arriva davvero, qui, nel suo rifugio. Nessuno deve approfittare della sua debolezza per penetrarle nella mente, per carpire anche solo un suo misero pensiero sincero. Lo stupro psicologico è il suo più grande incubo. L’appropriazione indebita del suo materiale non fisico.

I loro sguardi si incontrano, lui accenna un sorriso ma se ne pente subito.
Occhi lussuriosi che si riflettono in occhi spenti.
Mani che afferrano, senza aspettare consensi, mani che strappano, mani che cercano quel piccolo pozzo di beatitudine e vi si tuffano.
L’unica penetrazione concessa, quella fisica, quella violenta, quella che non fa pensare, solo sentire. Sentiva così tanto che la vista si offuscava e ansimava alla ricerca disperata di ossigeno. Sentiva una mano intorno al collo, stretta e bollente, mentre l’altra le teneva un ammasso intricato e fitto di capelli. Mentre la sua bocca veniva riempita e lacrime si affacciavano ai suoi occhi spalancati. Spalancati perchè volevano vedere oltre quella carne, come spettatori estranei e incapaci di comprendere o di eccitarsi.

Era già finito tutto, la brevità era necessaria, era la parte più importante. Lui non poteva restare lì a lungo, dentro di lei o dentro il suo rifugio. Lei non lo avrebbe mai permesso, non avrebbe mai fatto gli stessi errori del passato dopo averli individuati, analizzati e scritti con attenzione e dovizia di particolari.
La sua mappa indecifrabile non doveva essere decifrata. I suoi segnali e simboli dovevano restare segreti.
Solo lei si apparteneva e avrebbe fatto qualunque cose affinchè restasse così.
Suoi i pensieri, sue le parole, sua la gatta, unico essere in grado di affacciarsi nelle profondità dei suoi occhi.

Tu

Non sopporto stringere l’aria invece della tua mano. Vorrei solo sentirne il calore, la consistenza, l’esistenza. E invece mi ritrovo ad osservarti, tacita. Osservare i tuoi mille volti, come figlio, figlia, compagno, compagna, animale non umano ma vicino. In fondo non ha così importanza il tuo volto, ma solo ciò che sento, quel desiderio di condivisione senza parole e senza peso che mi pervade e che adesso non trova dove posarsi e placarsi. Ti accarezzo il viso e i capelli, delicata ti sfioro come fossi un papavero dai petali lievi e vellutati, desiderosa di assaporare la preziosità di ogni tua cellula mentre continuo a guardarti riposare. Il battito del tuo cuore è il mio ritmo preferito e mi ricorda che no, non potrei rinunciarci per niente al mondo.

Tu non ci sei, non ancora. Chissà se mai ci sarai. Io ti vedo e sento la tua nostalgia anche se non ti ho mai incontrato davvero. E mi struggo, e mi tormento perché vorrei che tu fossi qui adesso. E ti vorrei carneo, anche se forse posso fare a meno della corporeità. E costruirti io, darti vita, dare l’avvio a una grandiosa graduale creazione.

Mi agito, pensando a tutte le volte che ho creduto di averti trovato. Ma probabilmente sei tu che, come passeggero temporaneo, alcune volte mi insegui, ti diverti ad avvicinarmi e poi a scappare. E allora ti ringrazio perché sei come corallo rosso e vivo che mi abbaglia e sorprende in lunghe e scure grotte:
imprevedibile, inafferrabile, ma infinitamente prezioso.

Buco nero

Un buco nero. Lo conosceva bene, non sapeva da quanti anni sentisse espanderlo dentro di sè, ma sapeva i momenti esatti in cui aveva accelerato il processo fagocitario. Avrebbe voluto disegnarlo, ripetutamente; riempire fogli con vortici neri cercando inutilmente di raffigurare quella profondità che distrugge e attira al tempo stesso. Perché è più facile lasciarsi andare: è il vuoto che seduce, l’assenza di dolore che attrae, l’abbandonarsi alla propria follia invece di faticosamente lottare. Non è pigrizia, ma stanchezza. Troppe volte si era trovata lì, in bilico, sul bordo, protesa e quasi penzolante cercando di vedere il fondo. Troppe volte aveva chiesto aiuto e si era aggrappata a mani fallaci che in un primo momento l’avevano illusa di poterla salvare per poi mollare all’improvviso la presa, chi per egoismo chi per incapacità. Ma adesso capiva: l’unica mano che poteva salvarla era la sua.
Vivere è come girare su se stessi. Se guardiamo il mondo e vi cerchiamo un appoggio inevitabilmente cascheremo. L’unica possibilità che abbiamo è concentrarsi sulla propria mano, senza mai distrarsi. Lei questo non l’aveva imparato. 28 anni senza riuscire ad imparare questa misera cosa. Se lo rimproverava ogni giorno. E si chiedeva se quel buco nero non fosse proprio il prodotto di quel piccolo dettaglio che possiamo chiamare empatia. 
Siamo tutti, sempre, alla ricerca di qualcosa che non avremo mai: chi un compagno che non desideri sessualmente nessun’altra, chi la capacità e la forza per cambiare davvero qualcosa in una società malata di dominio. Lei era della seconda specie e ogni giorno si svegliava con un peso enorme, un vasto senso di impotenza, un assurdo sconforto che non riusciva a superare, ma che forse, in un certo modo le era utile. Lei stessa aveva imparato a renderlo utile con il tempo, ad usarlo per sopravvivere, per ridimensionare tutto ciò che le accadeva intorno e dare un peso decisamente minore a cose come “progettare finemente il futuro lavorativo”, o gli inutili beni materiali accumulabili in questo sistema consumistico, o ancora le delusioni sentimentali e sessuali così frequenti eppure sempre nuove. Questo peso le rendeva ancora più facile perdere l’equilibrio e cadere nel buco. Poteva essere la fine di tutto, la rinuncia estrema: cosa mai avrebbe potuto attrarla di più?
Nessuno avrebbe potuto dire che non ci aveva provato. Anzi, a dirla tutta, quasi nessuno poteva dire che lei avesse mai avuto a che fare con qualcosa di simile. Con la maggior parte delle persone era sorridente, gentile, sempre disponibile. I bambini la adoravano e quasi tutti la ritenevano una persona alquanto solare e positiva. Credetemi, non era apparenza. Lei stessa, per quasi tutto il tempo, ne era convinta! Aveva imparato a convincersi così a fondo di essere ben inserita nel mondo, banalmente felice, socialmente accettabile e apprezzabile, che era riuscita ad ingannare persino sé stessa. Almeno fino a quel momento.
Il momento in cui quel buco, che non vedeva così profondo e attraente da mesi, si ripresentó. Quando apparve si sentì nuda e sola: sentì che anche il suo corpo la stava abbandonando, non era più suo, lei stessa non era più corporea, e ne gioiva, perché anche quello era un peso che la trascinava giù, verso il fondo, era un ammasso molliccio e pallido di carne che era costretta a trascinarsi dietro e del quale doveva addirittura prendersi cura. Era costretta a stare lì, in ciò che rimaneva di quello scomodo involucro, in quel guscio incapace di proteggerla da quello che le faceva paura.
Perché lei aveva paura solo di quel vortice. Tutto la portava lì e qualsiasi cosa poteva allontanarla o avvicinarla, farla aggrappare o spingerla giù. Era quello il suo centro, l’unica presenza stabile anche se altalenante.
Ecco, sì, avrebbe voluto che crescessero alberi talmente robusti e imponenti tutt’intorno a quella voragine da poterci appendere un’altalena e prendere in giro la morte dondolandocisi sopra. Dondolare da una parte all’altra senza paura né attrazione, ma con una sola certezza: era lei a scegliere, era lei a decidere quando e se lasciarsi andare, tutto era nelle sue mani, loro la tenevano in vita, lei si teneva in vita, lei era sua ed era l’unica cosa che le apparteneva davvero, seppur momentaneamente.

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Cauterizzazione tarda e necessaria

Piccola porzione di cielo azzurro. È una tiepida giornata di metà maggio e alcune nuvole scorrono veloci, tanto che le vedo appena passare: bianche, soffici, leggere. C’è una sola piccola finestra quadrata che dà sul tetto, peccato che in questa posizione scomoda riesca a scorgere solo un misero triangolo di cielo.
La sua faccia è così vicina da apparirmi deforme.  Quella faccia che credevo amica, che sembrava familiare.  Questa faccia che mi sorride con apparente benevolenza. Gli occhi furbi e affabili, la bocca svelta e insistente, le cui labbra cercano le mie e scoppiano in una risata non appena provo ad allontanarmi.
Ho smesso di ascoltare le parole che escono dalla sua bocca, non cerco più di capire nè rispondere nè spiegare. Le mie labbra si aprono solo per dire una parola, continuamente la stessa parola: NO. Eppure essa svanisce non appena la pronuncio perchè, nonostante io continui a sentirla risuonare in me e il suo eco rimbalzi nella mia gola, lui non sembra coglierla. Mi chiedo se sia sordo, indifferente o se non ne capisca il significato, se non sia in grado di considerare un rifiuto.
Il tempo passa, si dilata, si contorce mentre lui è immobile, sopra di me, irremovibile nella sua volontà di non darmi alcuna scelta. Inizio a pensare di non averla, io, una mia volontà, e di essere priva di un qualsiasi potere su ciò che accade in questo luogo.
Quella piccola porzione di cielo mi sembra l’unica cosa reale. Il mio corpo, qui, inerme e bloccato, non può esserlo, e se anche lo fosse non mi apparterrebbe più: ormai è carne esanime, un cadavere già eroso da dita che, come vermi, si infiltrano tra quelle che erano le mie morbide pieghe, e se ne nutrono, e ne banchettano finchè rimangono solo profondi e scuri solchi.
L’unica cosa che mi appartiene è la parola che continuo a ripetere e alla quale lui risponde con indifferenza o scherno.
I polsi mi fanno male e mi chiedo per l’ennesima volta come possa stringerli così, come possa tenerli bloccati sopra la mia testa con una sola mano.
Con l’altra gli piace tirare su la mia maglia e toccare carne e capezzoli mentre io osservo, passiva e attonita.
Ho una maglietta verde alla quale sono affezionata, una maglietta larga, stinta, con un piccolo bottoncino metallico. E dei jeans chiari, a vita bassa, di cotone leggero, tirati giù fino alle ginocchia. Non ho capito come ha fatto. Ero riuscita a tirarmi su, improvvisando una bugia in un inaspettato attimo di lucidità o follia; ero in piedi di fronte al letto e cercavo di elaborare frettolosamente qualcosa, una misera soluzione, una via di fuga. Mi sono resa conto che mi aveva tirato giù i jeans solo quando mi ha spinto di nuovo sul letto e bloccato con il suo peso.
Un materasso sotto di me, il suo corpo sopra di me, e la porta chiusa a chiave che mi separa dalla vita. Potrei correre, saltare e buttarmi dal terrazzo. Forse ce la farei a divincolarmi, a librarmi in un ultimo slancio. Forse preferisco la morte a questo. Ma non riesco a muovermi e non so inventare altre bugie, e d’altronde lui, adesso, non ascolta nemmeno la verità.
Penso a quando, un’oretta fa, eravamo in biblioteca e lui scriveva ricordi sul mio diario: raccontava di tempi lontani in cui eravamo molto amici e ci scrivevamo lunghe lettere e ci vedevamo al parco sotto casa. Penso a quando, improvvisamente, ha preso la mia borsa carica di libri e con il suo solito entusiasmo mi ha detto di seguirlo verso la sua casa dal cui terrazzo si vede tutta la città. Penso all’immenso terrazzo e al sole che vi splende. Al suo essere sempre affabile, generoso, simpatico. A quando mi ha mostrato un grande quadro fatto da lui, astratto, arancione e azzurro, e me l’ha offerto in dono, sapendo che avrei amato quei colori e facendomi notare quanto “in fondo siamo simili”.
Poi mi ha preso di peso, mi ha caricato su una spalla e mi ha scaricato esattamente qui, in questa porzione di materasso.
Un attimo dopo, nemmeno il tempo di stupirmi o reagire, lui si è posizionato su di me.
Vorrei essere lucida, vorrei impormi, vorrei scegliere.
Ma sono bloccata qui e l’unica certezza che ho è il cielo azzurro che continua a splendere imperterrito.
Non posso capire il suo cambiamento repentino, nè la sua forza inaspettata, nè la mia volontà inascoltata, nè la mia stessa incapacità di comprensione. Posso solo ripetere la stessa parola, come un inutile mantra. È davvero inutile. Io so cosa vuole. So esattamente cosa vuole. Non per la mia fervida immaginazione, ma perchè me lo ripete, perchè lo sta prendendo con la forza e io non posso sopportarlo. Non posso sopportare le sue mani insinuate tra la mia carne, nè la sua pelle a contatto con la mia. Bruciano, brucia, troppo. Ancora meno potrei sopportare che lui si infiltrasse dentro di me per poi lasciarmi in profondità il suo seme marcio. Io non voglio, non lo voglio.
La mia volontà verrà mai ascoltata?
La mia volontà importa a qualcuno?
La mia volontà esiste?
Lui insiste, lui vuole, lui cerca.
Lui scopre, lui prende, lui scherza.
Lui dice di volermi bene e di sapere che anche io lo voglio.
Lui dice di sapere meglio di me cosa voglio. E io voglio credergli. Perchè non mi è rimasto niente se non la possibilità di credergli e dargli ciò che vuole e fare finta di niente. Di me è rimasto solo un buco nero in cui spero cada anche lui.
Finalmente qualcosa scatta: sono io che mi arrendo e, sfinita, mi lascio andare al suo gioco. Perchè lui dice che è solo un gioco, un gioco innocente tra vecchi amici, un gioco troppo lungo e scomodo ma pur sempre un gioco e io voglio credere anche a questo.
Gli faccio capire che può fare quello che vuole, senza usare la bocca nè per assecondare i suoi baci nè per proferire parole inutili.
Mi lascio girare e appoggiare sulle ginocchia. Lo lascio invadere il mio spazio, il mio corpo senza nessuna protezione. Non sento niente, i miei sensi sono fortunatamente anestetizzati, mi rendo conto di non essere più lì con il mio corpo, l’ho abbandonato, e chissà dove sono o se esisto ancora. Addirittura forse emetto qualche verso nella speranza che lui finisca presto. Speranza che si avvera. Almeno questa. Ecco che si allontana. Il tempo ricomincia a scorrere. Veloce, come i battiti del mio cuore. Li sento pulsare nella testa e capisco che in me c’è rimasto qualcosa di vivo. Qualcosa che vuole solo uscire da questa gabbia, da questo edificio, dal suo raggio d’azione, e dimenticare.
Qualcosa che vuole correre e scalpita, ma che con calma si riveste e quieta si prepara a fare finta di nulla. Perchè ha paura. Questa piccola cosa viva dentro di me ha paura di aver vissuto qualcosa di terribile e indimenticabile.
Preferisco convincermi che non è successo assolutamente nulla di male. Io sono brava a convincermi. Posso farcela.
“Lui voleva qualcosa di mio e io gli ho permesso di prenderlo. Cosa ci sarà mai di male?”
Me lo ripeto. Ancora. E ancora.
“In fondo, perchè mai dovrei rifiutare un po’ di sesso? Anzi, mi è persino piaciuto.”
Mi viene la nausea.
“Mi è piaciuto.”
Voglio vomitare.
“Mi è piaciuto.”
Voglio morire.

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Qualcosa che quasi sa di casa

Vecchio raso rosso. Ancora perfettamente lucido e liscio. Mi sdraio su questa poltrona che odora di casa, di comoda e accogliente certezza. La moquette beige stinta e polverosa mi ricorda quella stanza nella quale adoravo rotolarmi quando avevo pochi anni, la stanza dove mia nonna e mio nonno mi invitavano, conversavano e si improvvisavano animatori.
Ma questa moquette grigia e consunta è impregnata della mia adrenalina, del mio sudore, delle mie secrezioni sonore. Anni e anni di ansie ed esibizioni, di vestiti eleganti e tacchi alti, di soddisfazioni e occhi lucidi, di vergogna e crescita. Sono entrata qui, in questo salone, a 16 anni. La mia altezza è rimasta la stessa eppure adesso mi sembra più piccolo rispetto alle prime volte che ci ho cantato. Prima era uno spazio potenzialmente infinito, molto maestoso, mi incuteva quasi reverenza se non un certo timore. Entravo sfiorando la tenda di velluto rosso ed ecco che si trasformava in un palcoscenico sul quale ogni nota ed emozione si amplificavano. Questo muro, assieme ai protagonisti dei suoi affreschi, mi ha visto cambiare, ha assistito alle mie rivoluzioni interiori ed esteriori degli ultimi 13 anni.
“I luoghi dell’anima” era il titolo del mio tema all’esame di maturità, mi è tornato in mente ora. Perché se dovessi definire alcune entità fisiche come luoghi della mia anima allora certamente questo edificio, con i suoi dintorni, sarebbe uno di quelli. Con il suo lago, sulle cui rive ho sostato ammirando la superficie increspata da anatre e tartarughe, e il suo boschetto nel quale così spesso ho ritrovato la quiete grazie a vento, volatili e verde. E con le sue innumerevoli stanze, con quei soffitti alti che profumano di muffa e passato, e le finestre che cigolano e gli onnipresenti pianoforti neri così lucidi da potersi specchiare. È uno di quei rarissimi luoghi ai quali mi sono legata negli anni e grazie alle costanti ed intime esperienze, e adesso, tra queste mura, la mia energia fluisce e sgorga senza intoppi.
Accarezzo il bracciolo di legno scuro intagliato e levigato facendo attenzione al lieve solletico al polpastrello del dito medio. Intorno a me busti di gesso mi scrutano alla tenue luce del sole che si affaccia appena attraverso nubi e persiane.
Qui ogni superficie ha imparato a non opporsi alle vibrazioni sonore che la invadono, a lasciarsi andare, a risuonare con esse, ad assorbirle piacevolmente.
Qui il mio canto si alza e si diffonde e poi torna verso di me, nel mio grembo. Il mio canto è fatica e liberazione, è l’espansione di ciò che sento, emozioni viscerali che si susseguono e che posso condividere invece di nascondere. Partorisco orgasmi sonori come figli intensamente voluti, li elargisco con abbondanza a chiunque si presenti e lascio che chi vi è sensibile vibri e si abbandoni all’estasi con me.
Questo luogo mi ha cresciuto, queste pareti affrescate, queste decorazioni dorate, questo soffitto ampio, questo specchio rovinato. Mi ha insegnato che quella che si riflette nello specchio, con la bocca a momenti spalancata e a momenti soavemente socchiusa, può essere esattamente quella che voglio essere. Mi ha fatto credere che posso e voglio varcare decisa la soglia ed espormi a giudizi e delusioni nella speranza di trasmettere quello che ho dentro di più profondo. Non è forse il luogo dell’anima quello spazio fisico e metafisico dove poter percepire ed esprimere intensamente il mio mondo interiore?

Diario di viaggio 1- volando verso Bangkok

Quasi arrivata a Dubai. Assonnata e con il mal di testa. Non so niente, sono confusa. Vorrei guardarmi allo specchio, negli occhi, dirmi che sono al sicuro, infilarmi sotto le coperte, magari con Lamù o con E, dormire accoccolata, in posizione fetale e nient’altro, senza rumori intorno, magari con quel fantastico suono di quando faccio il morto nel mare e le onde mi cullano ed è tutto ovattato, lontano e io non sono ancora nata, ho ancora un pochino di tempo prima di uscire allo scoperto, prima di abbandonare la mia crisalide e librarmi in volo, finalmente libera e completa, per assaporare pollini e sole e brezza, intensamente e brevemente.

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Notte insonne all’aeroporto. Ho vagato e provato a dormire. I principali ostacoli al mio rilassamento e addormentamento sono stati: la francese che mi muoveva la sedia o faceva suonare il telefono o parlava a voce alta con il suo ragazzo; l’altoparlante che annuncia di continuo i voli in partenza in arabo e poi inglese (perlomeno ho ripassato i numeri in arabo) e alle 4:30 c’è stata una lunga preghiera cantata quasi piacevole. Ma soprattutto il freddo non mi ha dato tregua, non mi dà tregua. Fuori ci sono 39 gradi, li vedo, sono vicini, potrei toccarli, solo un vetro ci separa e solo Allah sa quanto avrei dormito bene con loro. Invece sono qui, in questo frigorifero, circondata da aria condizionata esageratamente gelida. E mi chiedo che bisogno abbiano di ricreare il clima polare, qui, in mezzo al deserto. Avrei potuto portarmi via la coperta, quella fantastica coperta di pile leggero e soffice che mi avevano dato sull’aereo. Avrei potuto. Bello, moderno, con cibo buono, ma sedie scomode e troppo freddo. Maledetta Dubai. O ricomincio a camminare, vagare senza meta o mi torna il gelo.

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Ho vagato un’altra ora e fidatevi: l’ascensore è il posto meno freddo dell’intero aeroporto. Il gelo mi ha fatto scordare di essere claustrofobica e così mi sono fatta trasportare su e giù e su e giù. Poi ho avuto un’idea, ho riempito una bottiglia di acqua tiepida e l’ho abbracciata come un figlio. Adesso, finalmente, ho trovato un gate dove c’è qualche grado in più rispetto a quello dove dovrei stare io e mi sono mischiata in mezzo ai legittimi passeggeri. Chissà dove vanno. Mancano ancora 5 ore.

12 ore di volo e 12 ore rinchiusa qui ad aspettare… Arriverò in albergo stasera, chissà a che ora e chissà in quali condizioni.

Ho dormito almeno mezz’ora. Sono più assonnata di prima e ho braccia e gambe addormentate per la posizione assurda.
Mi hanno svegliato portandomi il mio pasto speciale: vegano indiano giainista, con okra piccanti e un misterioso dolcetto cioccolatoso.
Fra tre ore sarò a Bangkok. Non vedrò più aerei per parecchi giorni. E sarò, semplicemente sarò.

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Sono le due di notte, mi guardo allo specchio della mia camera. Occhi spalancati, impauriti e stanchi. Rifletto ancora la disperazione che ho provato nell’ultima ora…
Sono arrivata all’aeroporto verso le 22, ho comprato una scheda sim con qualche gb, uno spuntino notturno e mi sono avviata verso la stazione dell’airport link train mentre telefonavo a qualche hotel di quelli che avevo selezionato. Alla stazione scopro che dopo pochi minuti chiude e non ci sono mezzi di trasporto pubblici fino alla mattina. Ho bisogno di 20 baht (50 centesimi di euro) per comprare il gettone per il treno ma tutte le atm intorno a me sembrano non funzionare e la bigliettaia non accetta carte. Primo momento di angoscia! Con timidi sorrisi due intrepidi e gentili ragazzi mi salvano porgendomi una meravigliosa banconota da 20 baht. Li ringrazio copiosamente mentre corriamo insieme verso l’ultimo treno. Chiaccheriamo, ci facciamo un doveroso selfie e dopo una mezz’ora io scendo e mi ritrovo nella stazione più desolata mai vista. È quasi l’una di notte e io sono da sola in una zona che sembra decisamente poco raccomandabile. Google dice che sono a 10 minuti dall’hotel. Ma una stradina è chiusa, un’altra non è dove dovrebbe essere ed ecco che mi ritrovo persa, a vagare tra palazzi fatiscenti, vicoletti bui, mercati abbandonati, motorini che sfrecciano e uomini thai con birre in mano. Cerco di mostrarmi sicura e tranquilla, ma dentro sono in tumulto. Inizio a chiedermi perchè sono qui, perchè sono a migliaia di chilometri da casa a vagare di notte da sola con 20 kg sulle spalle e troppe di ore di sonno mancate, in quest’aria irrespirabile e bollente. Il navigatore continua a non essermi d’aiuto e la disperazione aumenta tanto quanto la speranza diminuisce. Mi maledico per essermi portata qui, inizio a pensare alle cose più tragiche che potrebbero succedermi mentre le mie gambe continuano a trascinarmi per viuzze dalle quali sono già passata più volte.
Un’ora, un’infinita ora.
Poi vedo l’insegna del Grand Omari Hotel e fatico a crederci. Mi presento al ragazzo indiano della reception ridendo istericamente. Per 800 baht mi porta ad una cameretta, con bagno ma senza finestre, accogliente e quasi pulita.
E adesso eccomi qui, sul letto. Mi è passato il sonno, sono distrutta, poco lucida, ancora sconvolta. Le narici sono già sature di quest’odore (puzzo) inconfondibile. Mi guardo intorno confusa, sull’orlo del pianto.
Mi ripeto che sono al sicuro,che ho superato anche questa sfida, che presto riuscirò a dormire, presto mi sentirò a mio agio, presto proverò quella meravigliosa sensazione di libertà che tanto desidero.

Autentica

La retta via. Così noiosa che finisci per addormentarti al volante e concludere in modo ridicolo questa fastidiosa farsa.
Ma tu apprezzi le curve, dietro alle quali non sai cosa ti aspetta e puoi scoprirlo solo andando avanti.
Scegli la strada più tortuosa, sarai costretta a non sostare, a perseverare, ad ignorare dubbi che potrebbero sorgere ad ogni incrocio.
Scegli infiniti tornanti di montagna, ricchi di sorprese e incontri fugaci che ripagano il sudore.
Che tu ci debba mettere dei guardrail, dei segnali, qualcosa che ti ricordi di stare attenta ad ogni curva o strettoia, che ti blocchi se vai fuori strada?
Non hai abbastanza energie per farlo, o forse non sei motivata, il rischio è l’unico piacere che ti rimane e la velocità ti tiene concentrata, non ti permette di guardarti intorno e perderti nei sogni.

E se, invece, scendessi da questa macchina?
Se fossi stufa anche solo di seguire una strada e volessi selvaggiamente vagare nei boschi che ti circondano?
Non hai una pistola puntata alla tempia.
O forse sì, te lo ripetono ogni giorno, “sii normale o sei condannata”.
Ma tu non ti permetti di crederci, tieni troppo alla tua libertà per sacrificarla con quella che magari è solo una stupida pistola giocattolo, e ti sproni, ti convinci con l’idea che se anche fosse reale potrebbero sempre mirare al bersaglio sbagliato, ferendo carni non necessarie, o addirittura inutili, delle quali tu stessa, inconsapevolmente, vuoi disfarti.

E allora ferma la macchina.
All’improvviso, in curva.
Tira il freno a mano e ascolta il rumore stridente delle ruote sul cemento dissestato, apri lo sportello e annusa l’aria squisitamente gelida, appoggia di nuovo i piedi su una superficie immobile e solida, ascolta le vibrazioni del suolo e il brivido portato dal vento, non voltarti indietro, togliti di dosso ogni peso inutile compresi i vestiti, e non portare nessun accessorio con te, sciogliti i capelli e lascia che una foglia di pioppo vi scivoli sopra, osserva con occhi avidi perché il vetro che si frapponeva tra te e la realtà non esiste più e ci sei finalmente dentro, in intimo e conturbante contatto.
La realtà ti tocca, ti masturba, ti invade e finalmente percepisci tutto, ogni senso si desta e gode, ogni stimolo ti è deliziosamente estraneo e ti appare così intenso da essere quasi insopportabile.
Odi ogni piccolo singolo suono che casuale ti sorprende e ti scorre fino alle estremità, invece di darti assuefazione come il sottofondo musicale palliativo che sceglievi di ascoltare durante ogni giorno e ogni viaggio.
Scorgi il raggio di sole che a momenti fa capolino ed è un fuoco che finalmente ti accende, ti infiamma, tanto da desiderare solo di stenderti lì, adesso, e lasciarti bruciare.

Invece devi muoverti, devi andartene dalla strada, subito, non è più il tuo territorio. All’improvviso è diventato ostile, o forse lo è sempre stato ma adesso sei sveglia e paurosamente consapevole.
Lo vedi: è il regno delle pistole puntate alle tempie che gelide sfiorano quasi la pelle, di violenze quotidiane che sfruttano ogni microscopica debolezza, di strade cosparse di fuorvianti pubblicità e cartelli che indicano limiti invece di possibilità, di progetti da completare con scadenze che ti rincorrono senza sosta, di macchine avide e instancabili che trasformano anche te in un arrancante meccanismo arrugginito, di illusioni indotte e collettive e celebrate assiduamente, di socialità obbligatorie e labirintiche e pressanti.

Allora fai un passo, poi un altro, appoggia i piedi dove già inizia a spuntare qualche ciuffo vegetale, scruta l’ignoto fino all’orizzonte e lasciati inebriare dall’illimitato, ignora i segnali di pericolo messi subdolamente per spaventare chi osa abbandonare la retta via, e immergiti lieve e lenta nel bosco, in quel bosco lussurioso e intimo, del quale non percepisci i confini e nel quale li perdi a tua volta.
Non hai bisogno di altro, questa è la tua casa e tu sei la benvenuta.
Niente più costrizioni, affanni, corse, piani… rimani sola, nel tuo immenso rifugio, con il mondo che ti stimola ogni senso e ti penetra, lento e violento.
Adesso è il momento: esplora, vaga libera tra nuovi sentieri, segui bisogni mai appresi, godi senza invidie e giudizi, sii finalmente selvaggia e autentica.

Fuoco e gelo

La testa ronza fastidiosamente. Che ci sia una mosca? Che abbia trovato nel cervello il luogo perfetto dove deporre le sue minuscole uova? Umido, avariato e ben protetto dentro una sottile calotta ossea. O forse c’è un meccanismo dentro, qualcosa di automatico, ingranaggi carnei con umori viscidi, e ogni tanto si inceppa, oberato di lavoro o occluso da chiodi fissi.
La testa ronza senza tregua. Le estremità formicolano, come fossero rimaste a lungo immobili, oppresse e senza nutrienti. Le mani tremano, le guardi e non le riconosci, inutili appendici ruvide e vissute, che non sanno afferrare ciò che desiderano -che sia l’amante amato o il pupazzetto kitsch alle giostre-, non riescono a trattenere ciò che non vuoi perdere, ciò di cui hai davvero quel viscerale bisogno, ciò che ti fa vibrare e godere.
Le mani sono sopravvalutate. Sono veicolo di piacere solo quando lo decide il cervello, anzi, tutto funziona così, ogni cellula lo segue devota, solo lui comanda, despota illuminato o tiranno.
Solo lui decide che se una mano ti stringe i polsi e un’altra ti tocca pelle, capezzoli e quant’altro voglia, e se queste mani non hanno ricevuto la sua reale autorizzazione, avrai un trauma a vita per il quale a volte eviterai ogni tipo di contatto e ti sentirai minuscola e indifesa, altre volte ti scoprirai bagnata nell’immaginare ciò che sai di non volere e altre volte ancora ti ritroverai in questo limbo, nel tuo personale limbo, dove il corpo non sente, non è più sotto la tua giurisdizione, è fuori di te, macchina sconosciuta, scomoda, da rottamare, da distruggere, che forse può essere utile ma non a te, non adesso. Vuoi regalarne pezzi -c’è chi pagherebbe per averne- e scarnificare il resto, ridurlo in poltiglia, una scarlatta e indecente poltiglia. Tutto pur di non sentire queste urgenze.
Le gambe sono dentro infuocate e fuori impassibili, immobili, non hanno intenzione di sorreggere pesi, arrancare senza sosta e senza scopo.
Mentre sul tetto, così vicino da poterlo sfiorare, il ticchettare diventa frastuono, diventa grandine che a maggio non ti vuole far scordare che la primavera, la vita, la gioia, è così fragile e temporanea e breve e delicata, come un papavero con i suoi petali impalpabili e ondeggianti subito schiacciati dalla pioggia.
Il frastuono interno di voglie che logorano e organi che solerti lavorano e chiedono ricompense e carburante, è più forte, più sonoramente fastidioso della grandine.
Dentro il fuoco scoppietta e scalpita mentre fuori gelida acqua precipita e batte.
Potessero incontrarsi. Potessero annullarsi a vicenda.

Tonica

Scivola nel limbo. Abbandona l’inutile realtà. È solo un vecchio straccio con il quale hai asciugato troppe lacrime. Non hai più fiducia in nessuna verità. Non esistono altri gradi affidabili o alcun tipo di relazioni armoniche; esisti solo tu: la tonica.
Finalmente desideri far risuonare la tua nota, urlarla, premerla, percuoterla, farla vibrare con prepotenza. E non smettere finchè qualcuno non ti tira via dal tuo strumento o non ti tappa la bocca o non ti mette una catena al piede. E lotteresti. Useresti le unghie, graffieresti fino a staccarle. E se non dovessero bastare useresti i denti fino a sentire il sapore metallico del sangue che ti riempie la bocca.
Ma forse non vuoi ferire e non hai bisogno di essere ascoltata. Forse vuoi solo un tuo spazio, un rifugio che ti doni la pace e ti consoli, che ti abbracci e ti culli. Ecco, vuoi essere cullata, con Mozart e carezze carnee. Nessuna parola, nessuna complicazione. Solo sentire che esisti e la tua tonalità esiste e i gradi fondamentali ti sono vicini, ti appoggiano, ti confermano invece di sfuggirti.
Sei stufa di cadenze d’inganno, vuoi stabilità, vuoi un rassicurante V I, che ti permetta di adagiarti tra le sue braccia -dolce, calmo utero esterno- e dormire senza fare incubi e senza svegliarti con la nausea dell’incertezza. Non importa se il giorno successivo ci sarà un nuovo inizio, e magari sarà, imprevedibilmente, un requiem o una villanella o una scena della pazzia. Importa solo il presente e nel presente sai esattamente ciò che vorresti e ciò che non puoi avere. Perchè la cadenza perfetta è un’illusione, e persino la tonalità lo è. Esistono nella mente, sono idee umane, convenzioni inventate, rifugi per stolti, alla stregua delle religioni.
La realtà è atonale, è aleatoria, puro caos che ti avvolge come fitta nebbia senza lasciarti nessun punto di riferimento.
Vorresti perlomeno che questo caos sonoro fosse minimalista, così magari riusciresti a trovare un senso, a godere del singolo suono pur privo di ogni relazione con quelli precedenti e successivi, così forse riusciresti a concentrarti sul presente, su quel piccolo attimo. Vorresti implorarli di suonare una nota alla volta, “una sola vi supplico”, una sola alla quale trovare un luogo adatto nelle tue viscere, nella quale racchiudere un significato qualunque esso sia. Solo una nota che ti faccia vibrare, che ti appaghi, che ti scorra dentro fluida e gelida. Magari una di quelle note che racchiude una storia, un profumo, un sapore preciso e inconfondibile e mai intercambiabile.
Per poi passare ad un’altra esattamente quando la precedente ti sta abbandonando, senza lasciarti in silenzio a lungo – non c’è niente di più pericoloso del silenzio, del vuoto emotivo. Il silenzio serve solo in alcuni momenti ben studiati, per farti apprezzare il suono successivo, per prepararti ad accoglierlo nel tuo grembo come un embrione, piccolo feto sinusoidale.
La realtà è diversa, non è minimalista; la realtà è fatta di cluster che si succedono rapidamente, che frenetici ti assalgono, ti fanno roteare senza tregua, ti fanno tendere una mano disperata nella speranza che qualcuno, un qualche modale, un qualche dominante, ti tiri fuori dalla tua gabbia sonora.
La realtà è priva di ogni riposo e significato armonico. La realtà non ti culla, ma ti stordisce, ti annienta, ti toglie ogni riferimento emotivo che cerchi faticosamente di costruire.
Resti solo te, tua tonica base, spogliata di ogni valore, priva di ogni forma, e non riesci più ad orientarti nello spazio, nel tempo, nella tua stessa coscienza, e scivoli in quel limbo dove non vi è pace.

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