Che il viaggio abbia inizio (Indonesia 1)

Sono passate solo poche ore da quando sono partita ma i pensieri mi perseguitano. E quante emozioni diverse e rare si affacciano.
Ciò che mi provoca piacere mi fa anche paura così due stati d’animo opposti si alternano e a momenti si sommano, si compenetrano.
In mezzo a volti indecifrabili e circondata da linguaggi sconosciuti, la gioia della novità, della scoperta di nuovi popoli e luoghi, del riconoscimento di un comune sentire universale si fonde con il senso di straniamento, la sensazione di non avere un rifugio, di sentirmi troppo lontana da quella che chiamo casa.
Il piacere dell’essere sola, indipendente, illusoriamente libera e poter vagare seguendo i miei bisogni si mescola con il terrore di essere sola, il panico di non avere nessuno vicino ed essere l’unica responsabile di me stessa.

Ma passerà. L’esperienza mi insegna che presto mi sentirò a casa anche solo con me stessa e senza nessun accessorio familiare intorno. Presto sentirò di bastare a me stessa, capirò di nuovo le mie priorità, i miei bisogni, capirò di essere soltanto ciò che sono adesso. Senza nomi, senza genere, senza attributi, ruoli prestabiliti o rigide relazioni. E mi rilasserò, lascerò scorrere, inizierò ad osservare senza troppi pensieri o giudizi, tornerò ad essere
vuota
primitiva
autentica.

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Pace e piccioni a Pistoia

Alcune volte vado in luoghi dimenticati della mia città e mi fingo turista per il mio diletto e per ricordarmi di non essere indifferente a ciò che mi circonda. Indago con occhi nuovi e stupiti la realtà mutevole e apparentemente conosciuta. Faccio un giro nel parco e osservo gli alberi che chissà da quanto vi dimorano, le spesse mura della fortezza, l’erba secca e troppo corta, i numerosi mozziconi di sigarette che si intravedono tra le foglie cadute. E gli attuali abitanti del parco. Qualche piccione che vaga e vola cercando briciole. Anziani che spostano sedie, si sistemano in cerchio e, notando il mio sguardo placido, mi chiedono se mi voglio accomodare con loro. Io declino con un no sorridente. Poi iniziano a parlare dell’influenza che non dà tregua e di quante volte a settimana giocano al lotto. Una signora si è sdraiata sotto ad un alto abete; ha dei bagagli con sé, i capelli cortissimi e l’aria di chi vuole solo riposarsi e non ha altri posti dove andare. Tre ragazzi trascinano una chitarra chiusa nella custodia e quello che sembra un amplificatore, poi si adagiano sull’erba con un grosso telo e una bottiglia di vino ancora chiusa e quando iniziano a parlare le loro voci si perdono nel vento prima che possano giungere a me. Sulla panchina vicina un ragazzo e una ragazza non fanno che baciarsi e abbracciarsi e studiarsi pelle, occhi e pensieri. Lei è seduta in braccio a lui, e si stringono a lungo come se per loro questo caldo bollente non esistesse, come se esistessero solo i loro corpi affamati. Poi passa una coppia, lui con un cane nero al guinzaglio e lei con un piccolo bimbo tra le braccia. Si guardano attorno distratti come se si aspettassero qualcosa, un avvenimento imprevedibile che possa cambiare le loro noiose sorti. Si trascinano lenti lungo i viali senza dirsi una parola, senza rivolgersi attenzioni. Arriva un altro anziano, posa la bici ad un albero, si toglie la camicia a righe e la sistema accuratamente intorno al manubrio. Poi, con il torace nudo, si appoggia ad una delle sedie vicine a me e sbuffa rumorosamente. Un uomo vestito di nero percorre il viale alberato a grandi passi parlando animatamente al telefono e senza staccare gli occhi dai propri piedi, senza notare nemmeno quei piccoli fiori rosa che calpesta. Eppure c’è una certa pace con questo luglio assolato, o forse sono solo io a percepirla. Il rumore del vento che scuote le foglie si mescola con quello delle macchine che sfrecciano poco lontano. La panchina di pietra su cui mi siedo mi restituisce il calore donatole dal sole. Il vento forma dei piccoli vortici con gli elementi più minuti che riesce a trovare e poi mi solleva appena la gonna e io guardo le mie gambe solide e morbide e i peli che le costellano. Un piccione spelacchiato si avvicina a me con occhi curiosi, ma io non ho niente per lui. Ho solo sorrisi e quelle emozioni impalpabili che mi provocano lievi brividi lungo la schiena nuda e sudata. Ho solo sorrisi e questa pace che mi attraversa e che in pochi comprendono. Una pace studiata, a lungo cercata e finalmente presente.

Eri lì

Eri lì
appoggiato alla porta
e mi guardavi
come fossi triste
per la mia prossima partenza,
come fossi grato
per la mia antica comparsa,
come avessimo appena perso
quel treno
a lungo lietamente aspettato.

Forse sono stata la sola
ad aspettare,
a sperare che,
come nel letto la notte,
tu mi avresti teso la mano
per saltarvi su, con slancio, insieme,
invece di voltarti
per tornare
nel tuo piccolo caos,
rifugio angusto e tiepido,
come pensieroso utero
nel quale affogare.

Vorrei tenderti un ultimo
misero appiglio,
un capello
un dito
lo specchio dei miei occhi
per mostrarti la tua consistenza
raggiante,
il tuo essere come
rossa liquida calda lava
che fonde e mi fonde.

Vorrei che il treno rallentasse
dolcemente
facesse una sosta,
ci concedesse
qualche minuto
un bacio
una parola lieta
un ultimo sguardo infinito,
per essere sicuri che l’amore,
questo amore tanto capace e caldo,
non sarà mai abbastanza
per salire, viaggiare, arrivare,
o perlomeno provare.

Vorrei accettare questa impermanenza
che ci illude
e poi stupisce
e poi sotterra
insieme ai resti taglienti
delle nostre fantasie.
Accettare
che ciò che è stato non sarà,
che ciò che freme,
qui
dentro
nel petto
nelle profondità della mia vagina
cesserà,
e potrà essere
domani o adesso o un tempo che sembra mai,
ma sarà.
E io non sarò nient’altro che
carne marchiata da pensieri
sangue corrotto da sentimenti.
E noi saremo
inevitabilmente
tangibilmente
lontani.

Allora, guarda,
un po’ sono tentata
di restare qui, con te,
come volubili compagni.
Uscire da questa stazione
e vagare e parlare e stringersi
ed essere
esattamente
ciò che è necessario essere
per accogliere insieme, in grembo,
il peso di questa esistenza.

Dicono che io sia fuori di testa

Non mi basta vederle tutto il giorno. Le sogno anche di notte. Quelle sbarre, quel gelido ferro che contorna ogni mia visione. Quei limiti attraverso i quali guardo quello che io chiamo il fuori di mondo. A me invece chiamano fuori di testa, come fosse qualcosa di negativo, come se essere fuori dai loro schemi, dalle loro sbarre mentali fosse un difetto, una menomazione, una malattia.
Come ieri e il giorno prima e ogni giorno da quando mi tengono qui, guardo la luce che filtra attraverso il verde fogliame e i lunghi rami. Tra poco ci sarà il mio momento preferito, tutto il giorno ad aspettare questi pochi minuti o secondi. Il sole splenderà esattamente tra le foglie più alte e il bordo della finestra e finalmente mi arriverà la sua luce diretta. E qui, sul letto, le sbarre mi dipingeranno a righe e io giocherò a nascondere prima un occhio e poi l’altro dietro all’ombra di una delle sbarre, mentre sentirò quel calore inconfondibile che mi solletica la pelle. O sole, ti invoco, vieni a me, ti canterò una delle mie canzoni oscene. Ti sto aspettando, non tardare e non lasciarti coprire da nessuna nuvola. Eppure, oggi sembra non arrivare mai. Il tempo si dilata diversamente ogni giorno, non è mai uguale e non mi ascolta mai, ignora le mie preghiere, tutti ignorano le mie preghiere, altrimenti non sarei qui, in trappola. Cercano di convincermi che è questo il mio posto. E allora perchè sento così forte il richiamo degli uccelli? Perchè ogni notte sogno di piegarle queste sbarre e scappare o semplicemente uscire? Le mie fantasie si fermano qui. Nei miei sogni il fuori di mondo è così piccolo e infinito e indeterminato. Può essere tutto, ma per me è solo pace, una pace bianca e accecante come il sole, un calore che mi fa quasi svenire, un vento che mi risveglia e fa strepitare gli alberi, i muscoli che si tendono pronti ad essere usati, un volo lieve, una sostanza gelatinosa che ti avvolge e ti nutre, un utero tiepido e morbido. È qualcosa che non so più, è qualcosa che vorrei conoscere e che potrei amare o odiare. Mi piacerebbe provare qualsiasi emozione al di fuori di quelle che conosco. Il fuori di mondo ne è impregnato, ricordo la varietà di sensazioni, esperienze, emozioni che mi coglievano un tempo non troppo lontano. Ricordo gli stordimenti, ricordo il caos quando era troppo, ricordo sorrisi timidi e illusori, ricordo di aver avuto desideri e di aver trovato anche modi per soddisfarli. È questa la mia unica speranza adesso. Che questa matita, che questi brandelli di carta possano portarmi via, verso quella pace, verso i desideri che non conosco più, che spero di ritrovare. Questa matita. Questa carta. Ecco il sole che si affaccia. Non l’ho atteso invano. Ecco il suo calore. Parte dai piedi e in pochi secondi arriva fino al ventre. Allungo una mano verso il ventre e mi massaggio e mi rilasso e ascolto il mio respiro fino a che il calore non se ne va e ora dormirò, lo so, lo sento. E non sognerò sbarre, ma braccia che mi trattengono o mi cullano o entrambe. Braccia forti e dolci. Braccia altrui, braccia care, braccia amate e odiate.

Mi hanno dato del budino. Un ammasso flaccido, gelido e di un pallido giallo. Loro sanno che non lo sopporto. Lo sanno che mi sembra grasso adiposo che ballonzola. E poi c’è lo zucchero e sa di dolce, quel dolce finto, artificiale, umano che mi fa venire la nausea. Mi ricorda quel vecchio, il vecchio con le mani viscide, il vecchio mostro, l’amico fasullo, il lupo travestito da pecora o il suo contrario. Era una provocazione, ne sono sicura, a loro piace tanto testare le mie reazioni e gettarmi i loro avanzi come fanno con i cani. Ho dato loro quello che volevano, non potevo deluderli, non potevo fare finta di nulla, ignorare i loro desideri, ignorare la mia rabbia. E così li ho graffiati, mi sentivo una tigre o forse un goffo gatto. Ho ancora un po’ del loro sangue sotto le mie unghie. Sento ancora la sensazione dello sfregamento, e le urla, tante urla, forse mie, forse loro. E le loro mani sulle mie braccia. Mani che mi stringono, mani che mi trascinano, mani che non vorrei. E vorrei graffiare ancora ma ormai mi hanno preso. Non c’è scampo quando mi prendono. Mi hanno di nuovo portato nel bagno, mi hanno di nuovo detto che merito una punizione, una rinfrescata. Quante volte sarà successo? Da quanto sono qui? Ricordo solo che si sono succedute tante stagioni al di fuori, e tante persone al di dentro. Gocciolo ancora, qui, in terra, ho creato un laghetto e devo stare attenta a non bagnare troppo la carta. Come se fosse importante, come se qualcuno potesse leggere o capire o ascoltare. E tremo, ma ci sono abituata. L’abitudine rende sopportabili anche le cose peggiori, dicono. Per questo devono aumentare, devono fare ogni volta di più, amplificare quello che sento. Il dolore dell’acqua che percuote e stordisce. Il freddo che si insinua come vermi nella carne fino alle ossa. Mi scava dentro, mi sento vuota, impalpabile e trafitta da spade, coltelli, aghi. Passerà, perchè tutto passa qui. Il tempo, il sole, il dolore, tutto tranne i pensieri, questi pensieri che divorano più della fame, più della voglia di calore. I pensieri non muoiono mai, ne sono sicura, resteranno qui, in questa aria, in questa cella, su questa carta, anche dopo, quando del mio corpo non rimarrà che qualche ossa rosicchiata dai topi. I pensieri restano e questa è la mia consolazione. Che possano invadere le menti altrui, che possano apparirvi nei sogni, che possano disturbare la vostra vita pietosa e libera. Che possano esserci ancora e restare e crescere come muffa e diffondersi mentre tutto vi marcisce intorno.

È arrivata una nuova. L’ho sentita all’alba. Ogni volta le consuete urla, le consuete suppliche. Quest’edificio inganna, sembra un luogo piacevole, rilassante, candidamente lieto, con le palme e il pozzo e il salone affrescato e le assistenti vestite di innocente bianco. Ma basta qualche secondo per capire, basta vedere le sbarre e la minuscola finestrella della porta e i lucchetti e anche le assistenti diventano carceriere sadiche e ogni stanza appare scricchiolante e asfissiante. Mentre le palme restano palme e il giardino resta attraente ma sempre più lontano, ogni giorno più distante e irreale, come il miraggio di un’oasi nel deserto. Qualche secondo per intuirlo, giorni mai finiti per accettare di essere in trappola. Perlomeno per me.
Quella nuova non faceva che dire un nome, “Flora” chiamava a gran voce, “Flora non lasciarmi” ripeteva, ma non mi è dato sapere chi fosse lei nè questa Flora. Però l’ho vista passare nel corridoio. Ho fatto appena in tempo a precipitarmi alla minuscola finestrella per spiare la sua sagoma, sorretta dalle assistenti, con una folta chioma scompigliata di capelli neri. Camminava storta, pendeva a sinistra e non indossava ancora questa misera veste, ma vestiti veri, quasi eleganti. Me la sono immaginata come una principessa rinchiusa in questo castello. La fantasia corre quando non hai mai niente da fare. E poi è scomparsa dietro la porta e per qualche minuto ho continuato a sentire la sua voce, il suo pianto, e poi più nulla. È tornato di nuovo quel silenzio che non presagisce nulla di buono. Il silenzio mi agita, mi inquieta, mi fa sentire piccola, insignificante, sola, abbandonata su questo scomodo letto, mi fa scordare di essere stata amata, cullata, accarezzata da morbide mani materne. Mi fa venire voglia di cantare per non sentirlo più, per sbalordirlo con le mie parole, la mia voce, le mie volontà. Voglio cantare una ninna nanna, di quelle danzanti, lievi, dolce ma non stucchevole. Una ninna nanna che parla di figli felici e figli non voluti. Figli ormai adulti, figli che vorrebbero ritornare nell’utero e restare lì, nell’unica casa mai avuta, nel grembo gravido e caldo. Figli che non vorrei mai avere, sebbene adori i bambini, quei piccoli esseri simpatici, bassi, dipendenti.
Lei è arrivata, mentre per me ogni cosa è ormai immutabile. Ogni giorno si ripete in un ciclo infinito e se non cascassero le foglie, non saprei distinguere nè inverno nè estate. Cosa le faranno? Quanto la terranno? Sì, mi preoccupo anche per lei e la preoccupazione non è mai troppa. Ricordo di mie simili uscite di qui quando ormai erano state trasformate in esseri inanimati, innocui, privi di ogni reazione, capaci solo di respirare e a malapena aprire la bocca per nutrirsi. Lo temo anche io, temo il loro potere su di me, temo di non poter scegliere anche se non saprei cosa scegliere. Chi sa cosa è meglio per me? Io? Non ne sono sicura. Loro, i medici con quei lunghi camici e gli occhiali, da dietro i quali mi spiano dritti nel cervello? Forse. Ma ho paura che ci sia troppa differenza tra cosa è meglio per me e cosa è meglio per il fuori di mondo, per chi deve entrare in contatto con me.

Oggi non ho forza. Arrivare alla mattonella, aprirla, prendere carta e matita è stato faticoso. Ogni parola è faticosa. Non ho nemmeno voglia di scappare o di toccarmi o di cantare o di spiare dalle finestre. Resto qui, immobile, sul pavimento, con una mano scrivo lenta, con l’altra abbraccio le mie gambe, mentre fisso questi muri che sembrano altissimi, e io qui rannicchiata sono minuscola, un granello di polvere, una bambina abbandonata, un formica agitata, un petalo entrato con il vento. Mi mischio con loro e non so più riconoscermi. Potessi davvero essere un petalo. E seccare, perdere il colore, la vita, dopo pochi giorni. Diventare croccante, fragile ed infine parte della polvere. Per poi essere spazzata via e volare, infastidire, entrare nelle narici di qualche assistente e vivere lì, nelle sue umide cavità, nascosta.
È in questi momenti che mi torna in mente lei, durante queste debolezze. Lei mi guarda dall’alto, lei mi sgrida, mi dice che avrei dovuto fare come mia sorella. Ignorare ciò che accade, sorridere, ignorare e sorridere. E trovato un marito sarei stata salva, diceva. Il marito sembra la chiave di tutto. Della sopravvivenza, dei soldi, del cibo, della mente, del corpo. Ogni bisogno e desiderio risiede nel marito. Solo lui può soddisfarli. Nemmeno fosse dio o una creatura mitologica. Io non l’ho mai voluto un marito. Mai. Sarà questa la mia colpa, la mia disgrazia. Forse mia sorella è piena di vita, felice, grassa, comoda, acquietata come io non sarò mai. La rabbia mi risveglia appena dal torpore. Ho bisogno di cibo, ecco perchè non mi reggo in piedi. Da quanto non mangio ormai? Quand’è stato l’ultimo giorno che mi hanno offerto quel pane che nemmeno i topi volevano? Non ricordo, il tempo è confuso, i giorni si mischiano come poltiglia informe, il vento li mescola, l’isolamento crea vortici in cui finisce tutto, in cui tutto si perde. Resto qui, a fissare il vuoto, a sentirla gridare da lassù contro di me, a sentirmi sbagliata, un difetto, un neo imperfetto su di un bel viso, una cicatrice cauterizzata con disattenzione. Sì, sono solo un errore frutto di distrazione.

Dicono che ci sarà un evento. Dicono che io potrò assistere se farò la brava in questi giorni. Dicono che ci sarà della musica, musica reale, non quella nella mia testa. Musica suonata da tasti e corde e dita. Musica che farà venire voglia di ballare. Ma io non potrò ballare, dovrò sedere e guardare, riempirmi gli occhi di vestiti che roteano, le orecchie di chiacchiere frivole, la pelle di brividi, quei brividi di emozione, di novità, di qualcosa di diverso dal vuoto e dal silenzio e dalla pace che non è pace. Dicono tante cose e ho paura a credergli. Ho paura ad aspettare quieta nella speranza che accada davvero. Ho paura di non riuscire a entrare di nuovo qui dentro dopo essere uscita. Ho paura di vedere facce sconosciute, o forse temo di più quelle conosciute. Temo ogni umano, specialmente vecchio e uomo come il vecchio viscido. Temo ogni mano che incauta si avvicina alla mia pelle. Temo ogni parola perchè so quali sono le conseguenze, dicono sempre le stesse cose, dicono che io non so rispondere in modo appropriato e che guardo troppo negli occhi . Dicono che i miei occhi li fissano e li ritraggono come specchi distorti. Che i miei occhi cambiano espressione in modo rapido e imprevedibile. Come se potessi controllarli. Come se creassi loro un qualche danno. La verità è che hanno paura di se stessi, di vedersi per come li vedo io, di sentire un qualche mio pensiero, di intravedere frammenti di anime folli, che siano le loro o la mia. La verità è che loro sono più folli di me a credere di avere il diritto di giudicarmi e di negarmi la soddisfazione di ogni mio bisogno. Loro sono folli criminali, ed io sono. Non so cosa sono. So che non andrò a quel ballo perchè mi faranno arrabbiare, lo faranno apposta, non vedono l’ora di punirmi e io di vedere quelle loro facce che nascondono a stento la soddisfazione. Soprattutto Berta, è lei che apertamente mi osserva con quello sguardo che vorrebbe essere di pietà. Ma io la vedo, io la leggo la sua soddisfazione, quegli occhi che le brillano quando mi dice che non c’è cibo per me o che non ci sono vestiti o che ci sono secchi di acqua gelida che mi aspettano. La percepisco forte la sua frustrazione, so che non vorrebbe essere qui, so che si sente a disagio, che il cuore le batte forte nelle tempie quando è costretta ad interagire con noi fuori di testa, so che si maledice per ogni giorno passato qui e l’unica cosa che la consola è avere il potere di punirci. Per ogni sguardo di troppo, per ogni parola di troppo, per ogni scintilla di disperazione che accendiamo, per ogni attimo di delirio. Ma chi? Chi potrebbe stare fermo, immobile, muto, come statue malleabili e carnee? Chi potrebbe ignorare il corpo che trema e che brontola mentre i pensieri vagano in luoghi remoti? Chi potrebbe accontentare le loro richieste? O tollerare le mani invadenti di dottori e assistenti che così spesso si insinuano sotto ai nostri camici? La rabbia mi invade, non contro Berta, nè contro gli altri aguzzini. Siamo tutti vittime e complici, siamo tutti compagni di sventure, siamo tutti folli che vivono della propria follia. Siamo quel che siamo ed ormai è troppo tardi per cambiare od invertire i ruoli.

Negli ultimi giorni ho visto di nuovo quella nuova, passa spesso di fronte alla mia porta, ormai riconosco la sua risata. Ride sempre quando cammina nel corridoio. Non di me, nè delle altre, sembra che rida per se stessa. Non ha più le vesti eleganti e nemmeno i folti capelli neri. Forse gliel’hanno tagliati o se li è strappati, non ho modo di saperlo. Ma si tocca la testa e i pochi capelli rimasti. Si accarezza, si graffia, si gratta, si strofina. Non sta mai ferma con quelle mani. Ieri mi hanno fatto uscire nella stanza comune, forse desideravano una reazione punibile ma io non ho voluto accontentarli. Sono stata per un po’ placida, sola, ad osservare le palme appena ondeggiare, seduta su una di quelle scomode panche di legno. Vicina a me c’era la donna grassa, quella a cui la veste va stretta, quella che parla di continuo, dialoga con non so chi, e si muove a fatica. Ogni giorno sta nel solito angolo, appoggiata al muro, con lo sguardo in basso, come se non avesse più niente da vedere, e parla senza sosta. Le si crea quella patina bianca intorno alle labbra, la saliva le si solidifica, la lingua si impasta ma lei continua senza farci caso. Starei ore a guardarla come ipnotizzata. Quelle sue cosce rotonde come tronchi, quelle sue labbra sporgenti, quei suoi occhi che si spostano rapidi da una mattonella all’altra. Però distolgo lo sguardo, non voglio che si senta osservata, voglio lasciarla immersa nella sua pace immanente, non voglio essere causa di turbamenti in lei, provo una specie di pietà. Per questo non mi agito quasi mai quando ho lei vicina. E mi lascio cullare dalle sue parole che come mantra mi rilassano. Ieri avrei voluto incontrare quella nuova, vederle finalmente il volto, immaginarmi la sua storia, percepire da vicino la sua sofferenza, quella sofferenza della quale si prende gioco ridendo. Ma non c’era. Nemmeno oggi l’ho vista passare, o forse ha smesso di ridere e percorre il corridoio in silenzio senza che io me ne accorga. Forse se n’è già andata, più probabilmente in una bara. Forse l’hanno trasformata in un essere inanimato. Forse è volata lieve tra le sbarre, di notte le sono ricresciuti i capelli e come ali l’hanno sollevata fino alla coltre di soffici nuvole. Forse i topi hanno rosicchiato le sue ossa infastiditi dalle sue risa. Forse ha fatto innamorare l’assistente più giovane e sono scappati insieme. O il dottore, sì, quello senza occhiali, quello timido, arrivato da poco, che sembra a disagio circondato da noi donne, quello che quasi mi sorride e con un sorriso che non sembra malvagio, un sorriso ingenuo, un sorriso accennato, appena accennato. Quello alto, che sembra un gigante gentile, che fa movimenti lievi e lenti e non ci tocca mai come fossimo suoi oggetti, ma con cura, attenzione, una speciale premura, come fossimo sacre e quasi normali. È l’unico umano che non mi incute paura. Mi lascerei prendere anche io da lui, per la mano e via, fuori, lontani. Cosa ci farà lui qui? Non è il suo posto. Scapperà presto, o è già scappato. Tutti scapperanno prima o poi, questo posto sarà vuoto di corpi ma pieno di spiriti, zeppo di pensieri e dolori, lo sento, ne stiamo impregnando ogni muro, ne stiamo cambiando la composizione, al posto di stucco e mattoni ci sono le nostre vivide e confuse emozioni che sostengono l’edificio, che lo corrodono, che ne prendono possesso. Sono i nostri rifiuti e il nostro nutrimento. Costruiamo e divoriamo in un ciclo perpetuo. Non abbiamo più confini, non ho più confini. Le mattonelle sono fredde come la mia pelle, mi ci rotolo sopra, sono il mio mare, il mio liquido amniotico, sono al sicuro qui con loro, tra di loro. Non lasceranno mai che qualcuno si avvicini, non mi lasceranno toccare da mani, mi nasconderanno qui sotto, insieme alla matita e ai brandelli di carta.

Alba. Quanto ti ho aspettato. Quanto ti ho desiderato. Un po’ di luce per scrivere, calmare gli incubi, spegnere il buio che mi insegue e mi acchiappa e mi trascina con lui e ha i volti dei miei mostri umani. Il vecchio mostro è venuto nel mio breve sogno qualche ora fa. Dopo averlo visto smaniavo per avere un coltello per incidermi o una pezza per tapparmi la bocca. È venuto nel sogno e mi ha toccato come quel giorno. Mi ha messo quelle mani viscide rugose ruvide sulla gamba. E non sentivo niente. Cercava di aprirle, di farsi largo, di trovare il mio caldo centro. Mentre con la bocca mi ha preso un capezzolo. E con l’altra mano mi accarezzava come fossi un oggetto piccolo e grazioso da possedere, da comprare. Non so se avevo più stupore o nausea, nel sogno e nella realtà. So che nella realtà l’ho spinto via, forte, più e più volte. Anche se non mi fido dei miei ricordi. Nel sogno non avevo la forza di respingerlo, ero inerte, muta, incosciente, incapace di reagire in qualsiasi modo. E lui continuava e io dentro urlavo e mi sentivo bruciare ovunque. E lui continuava, continuava in modi che non posso scrivere, non posso descrivere, non posso pensare. Voglio dimenticare. Voglio avere il potere dell’oblio, cancellare ricordi, miei, altrui. Dimenticare. Specialmente ciò che è avvenuto o non è mai avvenuto. Il cuore batte nelle tempie. La nebbia mi avvolge. Un urlo mi soffoca, mi stringe il petto, mi annienta. Quanto vorrei strapparmi questa pelle di dosso. Spogliarmene, liberarmene, essere solo carne viva e sanguinante. Di nuovo pura, di nuovo pulita, per poi ricoprirmi di pelle nuova, pelle mai toccata, mai resa viscida da mani mostruose. Non ne ho la forza, le unghie non mi bastano. Non scavano abbastanza, non sono affilate, non sono lunghe, mi si spezzano, sono inutili. Vorrei urlare e chiedere un coltello, ma non oggi, non adesso. Devo resistere, devo trovarlo da sola, so che posso farcela. La speranza esiste, mi scorre nelle vene. Mi serve solo un coltello e potrò liberarmi del mostro, delle sue impurità, del mio corpo.

Sono passati due giorni, mi sembra, dall’evento tanto atteso. Mi sembra perchè non ho ricordi nitidi e non so per quanto sono stata incosciente. È stato un evento unico. Ho avuto una veste pulita e quasi senza macchie. Ho potuto lavarmi. Ho potuto inghiottire una zuppa, del pane, della frutta, del cibo profumato, saporito, incredibile, non ricordavo che potesse essere così piacevole. E dell’acqua limpida, squisitamente limpida. Avrei voluto continuare ad osservarla invece di berla. Ma soprattutto c’è stata la musica. Quel pianoforte intoccabile, che vedevo da qualche tempo nel salone, è stato toccato. E in quali sublimi modi! Sembrava che volasse tanto era leggero, tanto si librava in aria ogni nota, tanto si diffondeva rapido e intenso ogni suono. E, lì, seduta in disparte, non potevo che fissare il pianista che si inarcava e dondolava e muoveva le mani in modo così passionale che desideravo essere io uno di quei tasti ed essere percossa fino a perdere conoscenza. Desideravo essere parte della sua musica ed essere amata come ama ogni nota che suona. E mi abbandonavo a questo desiderio inebriante. E muovevo la testa come se stessi ballando. E cercavo di ignorare le sagome vestite che volteggiavano vicino a me, che riempivano lo spazio che mi separava da lui. Ho goduto con lui, ho goduto con la musica, ero finalmente in quell’estasi che non mi permetteva di pensare a niente. Niente mostri, niente buio, niente sbarre. Solo armonia di sensi e suoni. Avrei voluto che durasse all’infinito, avrei voluto che lui restasse con me, avrei voluto avvicinarmi e infilare la mia testa maledetta dentro quel pianoforte perchè potesse vibrare con le corde, avrei voluto sistemarmi tra le sue gambe e sentirmi protetta, abbracciata, amata. Poi è successo. Lui ha smesso, si è girato, ha fatto un inchino, ha guardato nella mia direzione con occhi di cielo, e io l’ho guardato disperata. Non poteva abbandonarmi, non poteva lasciarmi tornare nella misera stanza, da sola, di nuovo e per sempre. L’ho supplicato con il mio sguardo, l’unico modo per comunicare con lui che avevo. I nostri occhi si sono incontrati per un istante, un istante troppo breve. Lui non si è scomposto, ha sorriso a tutti, ha fatto un inchino indifferente. Tutti ridevano, parlavano, sembrava davvero una festa, era andato tutto bene, le assistenti ne erano stupite, i dottori si ergevano soddisfatti. Ma come potevano festeggiare sapendo che sarebbe finita da un momento all’altro? Come potevano sopportarlo? Sapevo cosa fare. Mi sono alzata, mi sono fatta largo tra la folla senza farmi notare, e sì, sono riuscita ad arrivare al cassetto dove tengono le posate e altri attrezzi. Ho tirato fuori un coltello e mi sono piantata quell’amata lama nella gamba, poco sopra il ginocchio. Il sangue ha iniziato a sgorgare, il dolore ha iniziato a inondarmi, un suono acuto e limpido si è alzato dalla mia gola. Per un attimo ho chiuso gli occhi e assaporato quel panico. Poi grosse mani mi hanno preso e più mi scuotevo più mi stringevano. Mi hanno trascinato attraverso il salone. Ho fatto in tempo a vedere tante facce, tanti volti diversi. Quello di Berta irrigidito e severo. Quello della donna grassa indifferente al caos che avevo creato. Quello del dottore senza occhiali che nascondeva a stento la sua preoccupazione, unico essere capace di provare davvero pietà. Quello della nuova arrivata, che finalmente riuscivo a vedere, con piccoli occhi neri e spenti e la bocca immutabile con una smorfia di dolore o disagio. Quello del pianista, semplicemente stupito, quasi impaurito, per sè o per me, chissà. Li ho stampati qui, in questa testa pesante e dolorante. Poi li ho persi, mi hanno abbandonato. Mi hanno lasciato in balia del dottore piccolo e delle assistenti che urlavano. Devono avermi ricucito la ferita. Ricordo freddo, dolore, urla. Devo essere svenuta, non so quando, non so dove. So solo che adesso sono immobile sul mio solito letto di legno e mi sembra che ogni parte del mio corpo sia schiacciata a terra, sofferente, enorme, pesante. So che adesso dormirò, di nuovo e per molto.

Non mi ha fatto del male, non mi ha quasi toccato. Mi ha solo parlato, il dottore nuovo, il dottore misericordioso. Mi ha ricordato il valore di un sorriso, di uno sguardo, di una parola non pungente che ti avvolge come morbida lana. Mi ha cullato con le sue domande, tanto che a me non interessava rispondere, mi bastava la sua voce. La sua calma mi faceva venire la pelle d’oca come carezze leggere che solleticano. Quella sedia di pelle morbida era così comoda. Percepivo quel contatto vellutato e tiepido. Muovevo le dita dei piedi per ricordarmi di essere viva, di essere ancora reale. Ogni tanto accennavo qualche parola per fare in modo che non desistesse, che continuasse a dimostrami la sua preoccupazione, la sua voglia di prendersi in qualche modo cura di me. Anche io avrei voluto prendermi cura di lui, di qualcuno, di un figlio, di un uccellino ferito. Potessi dedicare del tempo ad altri, potessi uscire da questo mio mondo interno e aiutare, costruire, creare sorrisi, stringere mani complici, guardare negli occhi senza veli, muri, paure. Dopo un tempo non abbastanza lungo mi ha salutato dicendomi che sarebbe successo di nuovo, mi avrebbe parlato ancora. Con quale scopo? Cosa se ne farà delle mie emozioni che corrono e scalpitano e vogliono uscire? Non voglio travolgerlo, ma non sono io ad avere le redini. Le ho perse da tempo. I miei cavalli vanno per la loro strada, sono autonomi. Adorano vagare, scontrarsi, imbizzarrirsi e io li guardo impotente, a volte divertita, altre preoccupata. Gli assistenti mi hanno riportato qui poco fa. Non mi hanno dovuto trascinare come al solito. Camminavo da sola, un passo, poi un altro, cercando di andare dritta, cercando di non cambiare ritmo. Sono docile. Una calma sembra essere scesa su di me. Anche i dolori sono quasi spariti. Tutti tranne quello alla gamba. La sento pulsare. Scandisce il tempo, è il mio orologio. Un orologio che mi ricorda che sono qui, che il sangue scorre nelle mie vene, che il mio cuore batte senza esitare, che il mio cervello riceve ancora ossigeno e nutrimento, che le mie mani non smettono di desiderare e di cercare, che i miei muscoli sono tesi, pronti, scalpitanti e che, sì, io sono e qualunque cosa vorranno farmi io non smetterò di essere. Sceglierò io il mio inizio, la mia fine, qualunque cosa avverrà.

Non scrivo quasi più. Mi è passata la voglia di sperare. Di rischiare. Di vivere. Il dottore non ha mantenuto la sua promessa. Non mi ha più parlato. Sono passati giorni di attesa, giorni di vecchio pane e qualche mela ammaccata, giorni di pioggia che sembrava non smettere mai, giorni di quella noia che fa vagare la mente in luoghi remoti, ruvidi. Ho consumato i meccanismi, gli ingranaggi della mia testa pensando alle sue parole, alla sua pacata gentilezza che illude, ai suoi polpastrelli delicati che mi sfiorano. Velluto su pelle malconcia. Una rosa in un campo di sterco e sterpaglie. Anche lui si è stufato di me, anche lui avrà pensato che il mio posto fosse qui, sola, tra queste sbarre, tra queste compagne folli e scarmigliate, a parlare con i topi, ad accarezzarmi il ventre quando il sole si degna di visitarmi.

Il sole è così luminoso e caloroso oggi. Sarà iniziata l’estate. Un tempo le stagioni avevano un senso, una forma, una particolarità. Estate voleva dire mare. Guardare quella distesa di acqua salata mai quieta. Crogiolarmi per ore sotto al sole. Non importava altro. Perdermi nell’orizzonte e godere del calore. Come se non esistessero né dolori, né amici. Camminavo lungo la spiaggia fino a trovare quel posto isolato. I piedi affondavano nella sabbia, ogni passo era faticoso e leggero al tempo stesso. L’acqua gelida mi faceva salire i brividi lungo la schiena. Come rapidi ragni. E scioglievo i capelli dalle trecce, li liberavo al vento. Vorrei sfondare questa porta maledetta e correre verso il mare. Piegare queste sbarre e calarmi giù. Ci ho provato. Ci hanno provato il piede dolorante, le mani consumate, la spalla ammaccata, la fronte dalla quale è sceso un rivolo di sangue fino alla bocca. Quel sapore dolce e metallico. Più saporito e caldo del cibo. Il corpo guarisce sempre, qui o altrove. Ma la mente degenera. La mente si fa più incontrollabile. Mi ascolta sempre meno. Mi sfugge. Mi diventa estranea, sconosciuta. Come il suo viso. Inizio a non ricordarlo più bene. A pensare che non fosse reale. Quelle sue labbra tiepide e sottili. Quei suoi occhi che mi studiano con affetto. Lo so, è lei il motivo per cui sono qui e per il quale ci tornerei ancora pur di rivederla. La mia più lieta amica, la mia più grande gioia è stata la mia condanna. Il mio errore è stato illudermi di poter essere compresa, di poter essere considerata normale anche se i miei baci più caldi erano per lei. La vedo spesso, non solo nei sogni. La vedo nel sole caldo che mi solletica il ventre e mi abbraccia appassionato. La vedo nelle libere foglie che si staccano e volano un po’ prima di cadere. La vedo nelle altre mie compagne folli che mi guardano complici. Nei loro rari sorrisi ho paura di ritrovarla e condannarla alla mia stessa prigionia. Posso accettare questa condanna solo se lei non la sperimenterà, solo se lei ne starà al di fuori e non ne pagherà le conseguenze. Ma lei ha un marito gentile e una figlia con i suoi stessi occhi morbidi. Lei sa come nascondere, come apparire, come vivere senza buttarsi in pasto ai cani. Io no. Mi dicono che sono indocile, impulsiva, insolente, invertita. Lo dice mia madre. Lo dice il dottore, quello vecchio con i baffi. Mi hanno marchiato con questi aggettivi. Li sento bruciare come metallo infuocato sulla pelle. Eppure continuo a non disprezzarli, a non disprezzarmi. Anzi ogni tanto li urlo. O urlo il mio nome. Lo urlo mentre cerco di abbattere la porta o di scalfire il muro. Lo urlo perché non ho altro, perché voglio continuare ad esistere, perché la libertà venga a prendermi, la invoco attraverso il mio nome: Solidea.

Il dottore mi ha condotto in un posto meraviglioso. Un posto dove riesco a respirare ancora meglio del giardino, fatto di aria e spazio. Di orizzonte che sembra infinito, di sole vicino, di vento che mi scuote e mi fa venire voglia di volare. Non sapevo che esistesse un luogo così lieto in questo edificio di urla e topi. È sulla cima. Si salgono delle scalette, si intravede il tetto da una finestrella e poi si arriva a quella stanza con i soffitti alti e le travi di legno e le enormi finestre ad arco che lasciano vedere tutta Pistoia e le colline e i prati rigogliosi. Quasi vedevo il mare. Quasi mi sentivo viva. Quasi. E respiravo. Sentivo l’aria fresca che mi circondava, inebriava, penetrava come fosse la prima volta che i miei polmoni respiravano, come fossi appena uscita da un utero soffocante. E il sole. Il sole brillava così vicino. Bruciava la pelle al suo contatto. Un bruciore buono, un bruciore caro. Sentivo lo sguardo del dottore che si posava delicato su di me. Capirà quanto vuol dire questo per me? Capirà quanto bramo la libertà? Era una sua idea, ne sono certa. Erano giorni che urlavo, giorni che bramavo aria, giorni che mi sentivo soffocare come se qualcuno mi premesse un cuscino sulla bocca o con una pietra tentasse di schiacciarmi lo sterno. Mi sono ferita più e più volte provando ad uscire. I muri non possono essere reali, mi dicevo. Il soffitto non può avvicinarsi ancora di più a me. Loro non possono ignorarmi ancora. E poi è arrivato lui, che mi ha condotto fiducioso lassù e per qualche minuto, secondo, ora, chissà, mi ha permesso di respirare e vedere oltre, di ricordarmi che esiste qualcosa al di fuori e io non ne so più niente. Lassù ho desiderato morire più che in ogni altro momento della mia vita. Perché sono estranea ad ogni cosa. Non appartengo più al mio caro vecchio mondo tangibile. Sono incorporea o vorrei esserlo. Non ho più niente di autentico. Sono un piccolo involucro tiepido e bisognoso di sole e vento. E come una foglia ormai ingiallita e priva di vita ho desiderato cadere da lassù e adagiarmi sul prato. Libera come mai sono stata. Perché adesso solo la morte può darmi la libertà che desidero.

Mi aggrappo al muro. Cerco di fare presa con i miei polpastrelli come se fossi un insetto o un’agile capra, convincendomi di potercela fare. A salire, a rovesciare la stanza, a capovolgere la situazione, a vedere tutto da un’angolazione diversa. Il sole sembra non tramontare mai oggi e il cielo continua ad emanare chiarore, a diffondere quei cinguettii che mi paiono conversazioni. Ormai li capisco, converso più con i volatili che con gli umani. Se solo potessero capirmi anche loro, se solo ascoltassero quando li imito, quando urlo, quando li imploro, quando imploro il mondo intero, il Dio nel quale non ho mai creduto, gli spiriti che mi invento e che affollano la stanza e la mia mente. Il buio mi chiama, quel bosco fitto vicino alla mia cara lieta casa mi sprona a gran voce ad andare verso di lui, dentro di lui. Sento i corvi gracchiare tra le fitte foglie, fruscii creati da altri sconosciuti animali. Devo andare lì, nel buio profondo, dritta al centro della mia follia. Dove non ho più nessuna necessità e non mi fa paura rimanere sola. In questa cella la solitudine è insopportabile, ma nel bosco… Nelle sue tenebre profonde, nel suo mistero senza confini e riferimenti, lì, devo essere sola e nuda, spoglia di qualsiasi accessorio, sola con la mia carne macera e i miei occhi spalancati e le mie dita così stanche di pregare ma non di lottare. Vieni, buio, afferrami e trascinami nel tuo grembo, avvolgimi i sensi, straziami, non permettermi di percepire più niente. Buio, annientami. Che la solitudine e la prigionia non mi addolorino più.

È tornato il pianista. Oggi, inaspettatamente, non c’era un ballo né un evento, ma solo lui con le sue emozioni musicali che mi hanno inondato e delle quali mi sono cibata avidamente. Non mi hanno fatto uscire ma l’ho scorto dalla minuscola finestrella, prima ne ho riconosciuto la sagoma e poi il tocco leggero e appassionato. Nessuna ha urlato mentre lui suonava, tranne me.

Questo silenzio di oggi. Questa calma. Con il sole che filtra dalle nuvole formando quei raggi che fanno pensare al paradiso. Esistesse qualcosa di non terreno, un luogo dove il dolore è bandito, dove questi cinguettii sono palpabili come soffice velluto. La testa soffre e il cuore pulsa nelle tempie. Credo di avere la febbre. Quell’acqua gelida di ieri deve avermi fatto peggio del solito. Ma non mi lamento, sto qui, immobile, ho anche una coperta, del cibo commestibile, un topo che va e viene cercando di arrivare al cibo, un letto duro ma stabile, una coscienza che fa capolino e questa matita e questo foglio. Penso ad un lago, immobile come me, in gabbia come me, con la superficie che si increspa appena quando soffia forte il vento. Resiliente più di me. Ci butto un sasso e l’acqua schizza fuori, oltre i soliti margini. E l’acqua forma dei cerchi, cambia forma ma non materia. Immobile ma viva, costante ma cangiante. Potessi esserlo anche io. Diventare liquida e bollente. Vapore che esce da queste sbarre. Vapore che brucia chi osa avvicinarsi. La speranza di cambiare forma è quello a cui mi aggrappo con forza mentre osservo questo soffitto denso e impenetrabile. Mentre sospiro e tremo. Mentre gli occhi bruciano e lacrimano. Questa calma, è bella questa calma. Non ho più voglia di urlare, né di pensare al dolore che mi penetrava acuto ieri sentendo le sue note echeggiare. Quante emozioni veloci mi hanno divorato. Ero felice, estasiata, pensavo fossero per me quelle note, pensavo fosse affetto, pensavo fosse gioia. E volevo quasi ballare. Poi ha iniziato a fare quella sonata malinconica di Beethoven, quella che suonavo anche io, me ne aveva insegnate alcune parti il mio babbo prima di andarsene. Ogni tasto premuto era diventato una lama che mi attraversava. Ho capito che mi avrebbe abbandonato anche lui, improvvisamente era tutto chiaro. Inutile illudermi, pensare di poter essere salvata, compresa, amata. È così, le delusioni si susseguono una dopo l’altra, non cessano, anzi si amplificano a vicenda. Eppure avevo trovato la pace in lei, nei suoi occhi cari, tra le sue braccia dolci. E per questo mi avete condotto qui. Mi avete tolto lei e la libertà. Uccidetemi allora. Uccidetemi adesso. Urlavo. A lui, a Beethoven, a mio padre, ai dottori. Imploravo. Eppure le mie suppliche non sono state ascoltate. Mi hanno dato le solite cose: dolore, solitudine, silenzio, quella pace atroce dell’abbandono.

Stanotte ho sognato quel luogo dove mi ha condotto il dottore. Quelle enormi finestre, quel vento, quell’invito a cadere o a volare. Quella libertà. E sì, oggi sono lucida, sveglia, attenta, forte. La febbre è passata, il sangue scorre prepotente nel mio corpo ancora giovane. Il vigore non mi ha abbandonato del tutto, nessuno è ancora riuscito ad annientare la mia volontà. E non gliene darò più modo. Ho pensato a un piano, un progetto, finalmente, qualcosa per cui agire e lottare. Le mie gambe fremono, il mio luogo più caldo pulsa, la mia testa è sul punto di scoppiare ma so esattamente cosa farò. Aspetterò il tramonto, quando cambiano il turno e, se non sbaglio, dovrebbe esserci l’infermiera gracilina, quella arrivata da pochi giorni. La chiamerò supplicando aiuto, fingerò di essermi ferita o chissà, inventerò sul momento, sono brava a fingere. Mi mostrerò in tutta la mia innocenza e ingenuità. Sarò una bambina, una piccola bambina indifesa. Lei aprirà, so che aprirà, e sarà da sola. Io la spingerò lontana da me e correrò, questi muscoli si sveglieranno e si dirigeranno rapidi dove hanno memoria. Percorrerò il corridoio. Saluterò ansimando le mie compagne di follia, il pianoforte, l’affresco della sala, le panche scomode. Salirò sulle scalette e in un attimo sarò in quella grande stanza con le travi di legno e le immense finestre dove il rosso del tramonto mi inonderà e incoraggerà a fare gli ultimi passi necessari. Salirò sulla finestra centrale, osserverò le palme, Pistoia, il pozzo, le colline. Sfiorerò la mia pelle integra un’ultima volta per ricordarmi la consistenza delle sue carezze. Guarderò il cielo cercando di scorgere i contorni delle sue labbra, ma non sarà mai come averla vicino davvero e questo, lo so già, sarà il rimpianto che mi torturerà e mi farà esitare. Ma ce la farò. Urlerò il mio nome un’ultima volta. Darò il mio bacio d’addio a lei e a questa mia disperazione. Aprirò le braccia e mi tufferò in quell’abisso attraente , in quell’utero accogliente e mortale. Sarò sangue e aria, carne ed erba. Un solo salto e avrò ciò che desidero. È così vicino, posso farcela, lo sento. Già tremo al pensiero.
Lontana dalle sbarre, lontana da me, lontana da tutti. Verso l’ignoto infinito.
Finalmente libera di morire perchè non vi è vita senza libertà.
Aspetterò quieta, quasi immobile, queste ultime ore con la certezza che qualunque cosa mi aspetti sarà migliore di questo, e con la speranza che queste mie parole verranno lette e comprese in tempi prossimi o remoti.

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Neve

Scende, discende, scintilla, risplende.
La neve cade, lenta e lieve. Fa delicate piroette su se stessa durante la discesa. Così bianca e candida, sembra innocente, sembra placare gli animi, ovattare i desideri violenti, rendere tutto quieto e immobile.
Come quando lui mi osserva e io mi fermo a guardarlo, studiarlo, mansueta e serena. Mi osserva con quegli occhi di cielo senza nuvole, terso e turchese. Con quello sguardo mi cristallizza, mi rende vulnerabile. Quello sguardo severo, fermo, che dopo qualche attimo si trasforma e trabocca di dolcezza. È così, lui cambia, continuamente. Compie piroette durante il suo imprevedibile percorso. Sebbene resti sempre sulla sua stessa strada e non si faccia ingannare da nessuno, lui, lento, volteggia. E con le mani crea infiniti mondi emotivi, con le mani dona o toglie la vita a quelle sensazioni trepidanti che si annidano in me, soprattutto a quelle più nascoste. All’apparenza sembra premere lucidi tasti, neri e bianchi, quando in realtà tocca lesto e leggero le mie corde, percuote ogni fibra sensibile che mi percorre. Lui è suono che corre, che vibra, che attraversa corpi fisici e non. Lui è suono che si propaga libero e solitario, intoccabile e mai catturabile.
Alcuni fiocchi di neve si posano cauti sulla sua fronte, sul suo naso, e sul suo labbro inferiore. Appoggio le mia labbra alle sue e succhio quel nettare. Voglio dissetarmi attraverso di lui. Voglio percepire le sue vibrazioni, risuonare con lui, emettere la sua stessa frequenza, almeno per questa volta, almeno in questo giorno candido.
Lui ride. Io adoro quando cambia umore e improvvisamente non è più scontroso. All’improvviso si apre al mondo, si apre a me, spalanca quella sua porticina nascosta e mi guarda dritto negli occhi, vicinissimo. Ecco, di nuovo, lo sento, quell’affetto quasi fraterno che ci lega, che ci impedisce di allontanarci, che ci permette di essere leggeri e limpidi, di librarci in quell’azzurro e di incontrarci tra suoni appassionati e corpi consonanti.

Le relazioni non hanno bisogno di definizioni, anzi esse sono solo fronzoli deleteri. Non voglio ingabbiare, costringere essenze meravigliose e spontanee in parole banali, artificiali, e coniate da altri.
Sarebbe come cercare un significato accurato in ogni bacio, in ogni sospiro, invece di essere pienamente in quel preciso istante e goderne.
Sarebbe come raccogliere minuscoli e affascinanti fiocchi di neve in un barattolo e lasciarli sciogliere, fondere tra loro, finchè non vi rimane che acqua priva di forma e unicità.
Preferisco spalancare la bocca, guardare il cielo e assaporare uno ad uno quei rari e puri fiocchi che si posano sulla lingua.
Unici, puri, indimenticabili.
Come lui.

Delirio vano è questo

Che io sia folle? Sicuramente ho perso il contatto con il mondo esterno, con me stessa, tanto che nemmeno percepisco una qualche realtà tangibile e dubito che sia mai esistita.
Cosa esiste? Il mio dolore, questo sì. Vedo tutto attraverso di esso. È il mio unico filtro. Come un vetro scuro ruvido distorto con macchie e buchi che si frappone tra me e ciò che mi circonda. Come se la realtà fosse troppa, accecante, come un’eclissi, come un perdersi per mai più trovarsi. Voglio un filtro celeste che mi faccia vedere tutto così acquatico o odoroso di libertà. O uno rosa che mi dia quella tenerezza che ho sempre desiderato. Mi basterebbe, mi accontenterei, semplicemente.
Questa sofferenza mi fa anche oscillare. Sembro quasi un pendolo, un cappio, un’altalena, qualcosa di appeso e dondolante sopra il caro e vecchio vortice nero. Dondolo senza senso o sosta, dondolo come se potesse cambiare qualcosa e potessi sperare di scendere. Scendere giù. Sulla terraferma che non so dov’è o cos’è perché ormai non la vedo da troppo tempo. O sul fondo dell’abisso casomai ce l’avesse un fondo. Perché il male non ha fine. E aspettare la sua fine, bramarla, implorarla per potersi accontentare della felicità attuale è semplicemente assurdo.
Assurdo come tutto ciò che mi circonda. Come il sesso, dove non mi è consentito avere ciò che desidero. Non serve sperare né chiedere né stimolare: è già tutto scritto, con ogni volta lo stesso finale, l’eventuale orgasmo non mio, i fluidi che scorrono, la carne che urla, il corpo che si sente violato, quel corpo che non è più mio. Ormai niente mi appartiene e niente deve appartenermi. Perché voglio solo distruggere ciò che continua ad essere parte di me, ciò che continua a cercarmi, a bramarmi, ciò che mi insegue. Le persone mi inseguono, ma io non ho premi, nemmeno di consolazione per gli ultimi arrivati che, sebbene non siano allenati a corrermi dietro, si sono impegnati e sono arrivati in fondo, alla meta, al mio centro pulsante.
Pulsa, vive, ancora per poco. Tutto troppo intenso per resistere ancora. Le vibrazioni lo scuotono, lo percuotono e lui risuona, risuona come un tamburo pieno di pietre. Un suono sordo, attutito. E pesante. Sì, ogni respiro è pesante. Ogni boccone di nutrimento. Ogni lacrima trattenuta. Ogni urlo taciuto. Ogni parola d’amore. Ogni gesto d’affetto. Sono macigni incontrollabili che lanciati giù da una collina rotolano e acquistano velocità e si schiantano su di me in un impatto violento. Le mie carni sono lì, sfracellate in mezzo alle pietre, inermi e irriconoscibili, e posso solo sperare che da esse spunti qualche fiore, o che qualche insetto o verme se ne nutra, o che quel bel rosso tinga e colori. Adoro il rosso del sangue, e l’azzurro di quel cielo limpido che sembra apparire sopra di me; adoro quel verde di vita che mai mi ha tinto, adoro tutti i colori tranne quel grigio sasso, spento e peso che mi copre come nebbia, mi annichilisce, mi avvolge nel suo nulla.
Tanto è tutto finito, è già avvenuta la mia morte, adesso non sento più niente. E non vedo nemmeno i brandelli di pelle e organi tra le pietre.
Vedo solo sole. Sole caldo e verde prato. Sono lassù, lontani, irreali, ed esistono perché li creo io, esistono anche se non li sento, esistono per qualcun’altro. È il mio ultimo regalo, a te, a voi, a tutti. Vi arriverà. Lo sentirete.
Questa pace, senza di me. Questa serenità, senza di me. Questo calore, senza di me. E proprio allora dimenticherete, ed è questo dopotutto il mio regalo. Il perdere la memoria, il perdere la me che volevate, la me che vi ha fatto penare e lottare e cambiare. Le battaglie sono finite. Io non ci sono più.
E così vi esorto: vivete e godete senza di me! Che io non vivo e godo più senza di voi.

Yes in Berlin

Le assi di legno del pavimento scricchiolavano inesorabilmente ad ogni passo. Eppure indossava solo i calzini, poggiava cauta e lenta solo la punta dei piedi e pesava quasi la metà di lui. Era la prima volta che si trovava in una casa fatta in quel modo, di legno, con tubature a vista, senza bidet e con il pavimento irregolare e sconnesso. Le pareti forse isolavano dal freddo ma sicuramente non dai suoni. E la porta della camera a malapena si chiudeva. I loro gemiti probabilmente riecheggiavano nell’intero isolato ma lei evitava di pensarci. C’erano dei traballanti vetri doppi ma nessuna tenda. Appendere le lenzuola alle finestre era l’unico modo per illudersi di avere un po’ di privacy. Ma a lei non interessava. Poche cose in effetti la interessavano davvero in quella situazione. Con lui, su quel divano sudicio e logoro, poteva passarci l’eternità. Anche solo per vederlo dormire, in assoluto silenzio, osservare le sue labbra morbide, il rossore delle sue guance, le sue grandi mani quiete. C’era qualcosa in quell’immagine che mai la stancava. Anzi, la teneva sveglia, le provocava delle pulsazioni di vita, di eccitazione. Nessuno aveva mai provocato in lei niente di simile. Era stupefatta.

Agosto. Lei era andata lassù, a Berlino, da una persona all’apparenza semisconosciuta per passarvi più di due settimane insieme. Metà delle quali a fare sesso, dormire e mangiare nella casa scricchiolante, sul divano logoro. Tra polvere, preservativi, bottiglie di birra, fiocchi d’avena e hummus. Cercando di conoscersi, trovando la forza per superare traumi e risollevarsi insieme. Ci furono anche due notti di disperazione, durante le quali lui non sapeva che fine avessero fatto i suoi genitori. Sapeva che si erano imbarcati due giorni prima, con un gommone, di notte, per andare dalla Turchia alla Grecia. Poi erano scomparsi nel nulla, o così sembrava. La sua preoccupazione era qualcosa di insostenibile per lei, come uno squarcio interno, un annullarsi nel desiderio di una sola cosa, così lontana e inarrivabile e indipendente dalla propria volontà. Era entrata in un mondo diverso, parallelo, fatto di confini, ostacoli, fughe, trafficanti di umani, mancanza di diritti. Ciò che lei dava per scontato improvvisamente non esisteva più.

Non poteva non sentirsi coinvolta. Aveva anche dato la sua disponibilità a partire con la sua macchina per andare a recuperarli vicino al confine. Farli passare falsificando il suo passaporto. Poi fortunatamente erano riusciti ad arrivare in un paesino della bassa Germania e lui era corso a salutarli nel centro di accoglienza. Nel frattempo lei aveva passato due giorni a vagare per i musei di Berlino godendosi pienamente la solitudine. Poi l’aveva raggiunto in quel paesino, dopo 5 ore di treno tra i boschi, presentandosi come sua amica e dormendo su un divano di amici di amici e mangiando cibo siriano cucinato da sua madre. Sua madre che indossava una felpa del figlio perché non aveva potuto portare con sé nemmeno una valigia. Nulla. Vederla le ricordò che invece lui era arrivato con il computer in parte rotto e l’attestato della sua laurea. Chissà come li aveva tenuti stretti su quella barca. Sua madre appena arrivata volle cucinare, sì. Per la sua famiglia e per i nuovi amici dei suoi figli. Tutti intorno ad un tavolo del centro di accoglienza a mangiare insieme. Un’italiana, tre tedeschi e quattro siriani.

La prima volta che lui le raccontò nel dettaglio il suo viaggio verso l’Italia fu a Livorno, sulla Terrazza Mascagni, una sera di Settembre, al tramonto, su una di quelle panchine bianche e fredde. Andò a trovarla, nonostante rischiasse di essere espulso dalla Germania poichè non poteva chiedere il permesso per viaggiare durante i primi mesi di permanenza. Lei lo portò qualche giorno al mare, poi a Roma e infine a casa sua a conoscere i suoi genitori. Fu una vacanza indimenticabile, fatta di confessioni, intimità e molta gioia. Lui sorrideva e la stringeva a sé, esplorava curioso e faceva un’infinità di fotografie e lei era felice, rideva in modo nuovo, con lui vicino tutto assumeva senso, colori, un’inedita vitalità. Quasi non si riconosceva allo specchio. Insieme sembravano un po’ bambini, sembravano fratello e sorella. Stessi capelli scuri, stessi occhi luminosi. Espressione folle, espressione da risuscitati a nuova vita, e spesso da innamorati. Tra di loro non esistevano imbarazzi nè segreti. Era tutto così limpido, spontaneo, naturale, come se davvero si conoscessero dalla nascita. Che legame strano, si dicevano. Che caso meraviglioso e fortuito essersi incontrati.

Il loro primo incontro era stato ad Aprile. Quella mattina lei stava andando a Torino e assonnata salì sul treno. Pallida, capelli rossi accesi, vestita di nero, emozionata per il viaggio e l’imminente masterclass di canto. Il posto che aveva prenotato era in uno scompartimento già occupato da tre persone: una bambina silenziosa e in disparte, un uomo seduto davanti a lei e visibilmente in apprensione e un ragazzo con la carnagione più scura che era steso con i piedi nudi appoggiati sul seggiolino. Lei aprì la porta ed entrò cercando di non fare troppo caso al cattivo odore. Il ragazzo le sorrise, le prese la valigia e senza una parola la posò sopra le loro teste. Lei sorrise, accennò un timido grazie non sapendo in quale lingua esprimersi, poi si sedette e si mise a leggere. Fu dopo qualche ora, verso metà del viaggio, che comparve lui. Entrò nello scompartimento per discutere con i suoi compagni di viaggio. Entrò, chinandosi appena per la sua altezza imponente, vestito con una t-shirt gialla, i jeans sporchi e un cappellino di lana in testa che gli incorniciava il viso con quella sua pelle chiara e qualche lentiggine, e il naso bruciato dal sole e gli occhi vispi e attenti. Lei lo notò subito, sentì immediatamente un impulso indefinibile che non le permetteva di staccargli gli occhi di dosso e che allo stesso tempo l’aveva resa incapace di prendere una qualsiasi iniziativa nei suoi confronti. Così lo osservò tacita mentre lui parlava in modo concitato e in una lingua sconosciuta alla bambina e ai due uomini. Un’ora o più passata a guardare quella scena senza capirvi nulla e chiedendosi cosa stesse succedendo. Poi finalmente fu lui a rivolgerle la parola, in inglese. Le chiese quale compagnia telefonica dovessero usare per chiamare all’estero spendendo il meno possibile. Fu la miccia che accese la conversazione. Nonostante lei stentasse a rispondere per l’imbarazzo che provava di fronte a lui, parlarono, molto, si raccontarono più che poterono fino al momento in cui lui dovette scendere dal treno. Lei rimase stupita quando lui le disse che venivano tutti dalla Siria, che erano sbarcati con un gommone in Sicilia solo la sera prima, che non avevano quasi niente con loro, che i telefoni gli erano stati rubati in Tunisia, che il gommone era stato alla deriva per giorni e per questo si era ustionato il naso, che erano costretti a stare così ammassati che dovevano pisciarsi addosso, che aveva visto persone morire durante quello stesso viaggio. Lei trattenne le lacrime a stento quando lui le raccontò che la bambina seduta nel seggiolino accanto non parlava da un anno e mezzo, da quando aveva tentato la traversata la prima volta e sua madre e il suo fratellino erano stati dati per dispersi. E l’uomo seduto davanti a lei era il padre, che non aveva perso la speranza, che girava disperato mostrando a tutti la foto e continuando a cercarli. Era la prima volta che lei veniva a contatto con una tragedia simile, con una speranza simile. Si trovava davanti persone che avevano perso casa, beni materiali, patria, molti familiari e amici, chi sotto bombe chi nel mare, eppure quelle stesse persone avevano più speranza e più voglia di vivere di lei. Come poteva spiegarselo? Come poteva anche solo concepirlo?
Parlarono anche di università, musica, film, relazioni, scoprendo di essere coetanei e molto più simili di quello che si aspettavano. Quando dovettero scendere si scrissero reciprocamente il nome per ritrovarsi su facebook quando lui sarebbe riuscito ad avere di nuovo un telefono. Si salutarono con occhi avidi, con il desiderio di rivedersi. E quella notte lei lo sognò, e nel sogno baciava quelle sue labbra morbide e ridevano e gioivano. Voleva rivederlo, assolutamente e prima possibile.

Dopo quel primo incontro mai avrebbe potuto immaginare i cambiamenti che sarebbero avvenuti in lei e nella sua vita. Tutti quei mesi passati a conoscersi, amarsi, desiderarsi, aiutarsi a vicenda. Mai si stancavano di contare i giorni prima di ogni viaggio e incontro, di piangere all’aeroporto ogni volta che si dovevano salutare, di vivere con inesauribile entusiasmo e interesse il loro legame che cambiava giorno dopo giorno.
Fino a quel gelido Dicembre, a quell’indimenticabile “sì”. Quella parola le era quasi sconosciuta. Era abituata ad obiettare, lamentarsi, protestare, chiedere. Tutto fuorché dire solo un sì, con occhi impauriti e felici. Ennesimo miracolo compiuto da quell’attaccamento affettuoso definito amore. Non avrebbe mai potuto dirgli di no, non avrebbe mai voluto guardare quei suoi occhi e rifiutarlo. In cambio aveva per lui una lettera, pensata durante il viaggio, scritta in aereo, con i motivi principali che lo eleggevano la persona che voleva accanto tutta la vita. Mai aveva scritto una lettera così importante, intensa e sincera. E mai avrebbe pensato di dargliela casualmente subito dopo la sua richiesta di matrimonio. Erano due settimane che non lo vedeva, che non sentiva quell’odore, che non sfiorava quella labbra morbide, esattamente le sue labbra ideali. Il tempo che li separava pesava sempre di più e c’era sempre un motivo per litigare, per non comprendersi senza potersi stringere e confortare. Ma “tutto va come deve andare”, o almeno così diceva lui e lei aveva iniziato a crederci. Le sembrava un’idea estremamente utile per non soffrire. Accettare che tutto semplicemente va come deve andare. L’unico modo per affrontare ciò che aveva vissuto lui, tra bombe chimiche, parenti e amici morti, carcere e viaggi disumani.
Così lei, quella mattina gelida, atterrò per l’ennesima volta all’aeroporto di Berlino. Lo vide davanti a sè e giusto il tempo di scambiarsi qualche occhiata che un finto agente di polizia le prese la valigia blaterando a proposito di droga in tedesco, mise le manette a lui e lo condusse in altro edificio, mentre lei quasi urlava in preda al panico. Appena entrati e circondati da una cospicua folla un ragazzo corse e le porse un mazzo di rose, tante rose. Mentre un altro si avvicinò suonando la chitarra e cantando una qualche canzone d’amore. In un attimo lui si liberò dalle manette, si inginocchiò e porgendole un anello azzurro le fece la domanda, quella domanda. Come risposta lei gli tirò qualche calcio e intonò molti affettuosi fuck you prima di riprendersi dallo shock e dire absolutely yes. E lì si guardarono a lungo in quegli occhi simili e con la stessa emozione. E si sorrisero finchè non provarono dolore agli angoli della bocca. E si abbracciarono così a lungo da scordarsi della folla che li circondava. E si baciarono, di nuovo, finalmente. E sentirono di aver trovato il loro posto, quel piccolo posto nel mondo dove stavano comodi entrambi poichè insieme, uniti in un incastro appassionato e amorevole.

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Distopia

E così è venuto il momento in cui finalmente comprendo ciò che speravo, in cui capisco che il mondo che ho conosciuto fino ad oggi non può essere reale. Ciò che percepisco, ciò di cui ho fatto esperienza finora può essere solo il frutto di un meccanismo malato, inceppato, un derivato della mia folle mente. Un frutto marcio, velenoso, mortale. Un frutto che mi ha intossicato a lungo e del quale devo disfarmi.
Immaginavo e speravo non fosse reale, perchè questa gigantesca macchina di dominio, violenza e sopraffazione chiamata civiltà è accettabile solo in quanto incubo, non come verità tangibile.
Tocco il vetro della finestra e mi domando se anche il gelo che percepisco con i miei polpastrelli è solo una creazione della mia mente. Poi guardo fuori e li vedo.
Vedo altri animali, così simili a me, chiusi in prigioni ben arredate, divisi tra loro, egoisticamente devoti a ciò che chiamano beni più che alla vita dei loro simili. Vedo la loro dedizione deleteria all’apparenza, a ciò che luccica, a ciò che li illude di essere ricchi, potenti, migliori. Vedo la loro fame insaziabile di oggetti intrisi di morte, costruiti da schiavi, grondanti sangue e sudore; oggetti che loro credono di meritare poichè hanno barattato il proprio prezioso tempo con piccoli pezzi di carta dai quali sono completamente dipendenti. Li hanno inventati loro, li abbiamo inventati noi, ci siamo forgiati ogni catena, ognuna delle pesanti catene che ci trattengono qui, in queste prigioni, ad imbottirci di ciò che chiamiamo medicina, l’unica cosa che sembra tenerci ancora in vita. Come se la maggior parte di noi in verità non desiderasse il suicidio o non fosse profondamente infelice. Chi perchè crede che il suo problema sia soddisfare uno dei tanti bisogni indotti e insoddisfabili, come il desiderio di possedere altri beni o esseri consumabili, chi perchè si è reso conto che tutto ciò non può e non deve essere possibile e si sente impotente e si strugge e lotta per cambiare qualcosa mentre spesso è deriso dagli altri.
Vedo morte ovunque. Nei pensieri di sopraffazione e violenza tanto comuni e socialmente accettati. Nella guerra tra simili che si dividono e attaccano in base a pregiudizi. Nei beni, anche quelli più banali, costruiti da altri animali resi schiavi. Nel tanto consacrato cibo, composto spesso da cadaveri di altri simili fatti nascere appositamente per divenire merce gustosa.
Ecco, consideriamo ogni essere come merce, persino la terra stessa. Ci siamo scordati che la terra è la madre, è la vita stessa. È l’unica alla quale non siamo ancora riusciti a strappare la vita, mentre sodomizziamo tutto il resto, tutte le sue creature.
Oltre la finestra vedo le lacrime provocate dalla nostra prepotenza quotidiana verso chiunque non sia in grado di ribellarsi o non ci sia ancora riuscito. Ne vedo troppe e anche le mie scorrono senza sosta. È ormai un mare che non disseta, un mare troppo salato e al quale ci hanno fatto abituare. Perchè ci hanno addestrato a percepire empatia solo a comando, in rari e determinati casi. Ci hanno insegnato a considerarla un impaccio, un ostacolo, a guardare l’altro con diffidenza, a non sorridere agli sconosciuti, ad essere falsi e furbi per ottenere ciò che vogliamo senza curarci delle conseguenze, senza nemmeno avere la responsabilità di conoscerle quelle conseguenze.
È questo ciò che serve qui: la competitività, la voglia di dimostrare di essere migliori per raggiungere posti o ruoli che ci appaiono migliori. Denigrando chi è più in basso, nascondendo alla nostra vista ciò e chi ci turba, cercando di essere egoisticamente ambiziosi, di volere sempre di più ed essere pronti a tutto pur di averlo. Questo è ciò che conta qui. E se ti azzardi a contraddire queste basi perdi l’unica caratteristica che sembra contare, ovvero la credibilità, la normalità. Ed ecco che ti ritrovi ad essere chiamata folle e visionaria, ad essere evitata, a non sapere più dove e come sopravvivere.

Non riuscirei mai ad accettare tutto ciò, ed è estremamente bello rendermi conto di come tutto sia solo un incubo. Un terribile e distopico incubo. Impossibile immaginare di peggio.

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Ciò che chiamerei amore

Lo guardavo dormire. Il suo respiro lento e profondo scandiva il tempo in modo rassicurante. Non si muoveva, tranne qualche piccolo scatto spontaneo con la mano che teneva appoggiata sulla mia nuca. La stessa mano che amavo stringere quando camminavamo per le vie del centro, la stessa che spesso tastava e premeva agilmente corde metalliche creando ritmi e armonie. Ricordo bene la sensazione delle sue mani che mi toccano. Bendatemi e, mentre mi accarezzano lievi, le riconoscerei tra mille.
Ogni tanto faceva un respiro più sonoro e intenso, quasi fosse un sospiro. Mi chiedevo cosa stesse sognando, e desideravo essere con lui, lì, nel mondo irreale e ideale. Avrei voluto danzare con lui, volteggiare leggeri per poi strusciarsi, incontrarsi intimamente. Avrei voluto percepire la spontaneità e la spensieratezza unite a quell’affetto che cresce, che lega e sazia senza mai stancare.
Ci eravamo addormentati insieme, uniti in un abbraccio rovente subito dopo aver fatto l’amore. Pelle contro pelle, i respiri che si susseguono e allineano, i sentimenti che si espandono oltre il corpo fisico, due entità comunicanti che come vasi traboccano di affetto e piacere.
Poi mi ero svegliata ed ero rimasta incantata ad osservarlo, a guardare la sua pace, a pensare al suo solito sorriso furbo e bambino, al suo sguardo forte ed eloquente, a quel marrone miele profondo intenso e dolce dei suoi occhi.
E mi facevo infinite domande. Perché provo questo per lui? Perché questa tenerezza interna mi pervade non appena lo vedo? Perché bramo per lui una felicità incontenibile e potrei accettare ogni sua scelta che lo rendesse più appagato e gioioso? Perché desidero così ardentemente avere un po’ della sua attenzione, essere una cosa interessante ai suoi occhi, essere stretta tra le sue mani e amata? Perché mi sciolgo in lacrime e sussulti se solo immagino di essere nel suo letto mentre mi abbraccia e il suo odore mi inonda e un suo bacio mi sfiora il collo? Cos’ha di speciale?
Adesso so benissimo cos’ha, non servono spiegazioni, riflessioni o studi.
So che è uno di quei rari umani che apprezzo profondamente. Apprezzo il suo atteggiamento verso gli altri, quelle piccole attenzioni che non hanno mai smesso di stupirmi, il suo essere spontaneo gentile e generoso. Apprezzo la sua leggerezza apparente, il suo essere sociale e con un forte senso della giustizia. La sua bontà senza condizioni, il suo amare senza vanità e ostentazione. Il suo essere semplice ma ricco, dolce ma deciso, puro ma passionale.
E sento che mi è affine, visceralmente affine. Riconosco di essere fatta della sua stessa materia, di essere composta da un incastro dei suoi stessi frammenti fondamentali. E soprattutto percepisco uno stesso suono che proviene da noi: una delle nostre corde è dello stesso spessore, della stessa sostanza, accordata sulla stessa frequenza; così vibrano insieme e quando vibra una vibra anche l’altra formando perfettamente la stessa onda che si propaga libera. E unendo, lasciando vibrare insieme le altre nostre corde possiamo formare accordi ricchi, rari, sinceri, intensi, sempre nuovi e mutevoli. È necessario solo lasciarsi andare e incontrarsi e scontrarsi e allontanarsi senza perdere quel contatto delicato, quel filo impalpabile teso tra le nostre due volontà.

Adesso non posso che essere grata al caso per avermi lasciato incrociare un tale essere in questa breve e imprevedibile esistenza, ed avermi permesso di condividere con lui questa rara e preziosa meraviglia che chiamerei amore.

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Wintersturm

Vedo una zampa, gelata, ma non so a quale corpo appartenga. Le membra si contorcono formando un caleidoscopio di carni. Non si può resistere a lungo, qui. L’aridità ti cattura, ti costringe a chiuderti, a non sprecare nessuna risorsa, al letargo emotivo. Aspetti nuovi calori, aspetti invano che tornino a germogliare i sentimenti, che le passioni riaffiorino sotto la superficie innevata e rigida.
Il sole sorge ma non scalda. Lo guardo splendere eppure non lo percepisco sulla pelle, è troppo lontano, e così vorrei spiccare il volo e avvicinarmi solo un poco. Quel tanto che basta per sentire il brivido del suo calore intenso, per respirare profondamente luce.
La zampa gelata si muove, trema, si scrolla via le particelle di nevischio che non si sono ancora sciolte. Le membra sobbalzano, oscillano al ritmo degli spasimi sempre più brevi e deboli. Che sia finita? Che sia venuta finalmente l’ora di risvegliarsi?
C’è stata una tempesta: vento che non mi lasciava scegliere la direzione, neve che rendeva il sentiero pericoloso e stancante, e nebbia che impediva di scorgere ogni ostacolo o dirupo prima che fosse troppo tardi. Mi ha sconvolto, mi ha stancato, ha esaurito ogni mia risorsa; eppure adesso mi rendo conto che mi ha reso più robusta e decisa. Adesso non mi oppongo al vento, ma lo seguo o cerco riparo aspettando che passi. Adesso mi lascio affondare nella neve godendo ogni attimo o, curiosa, seguo le impronte di altri animali. Adesso non ho bisogno di vedere e analizzare la realtà, ormai mi guida il mio istinto, il mio occhio interiore, il mio sentire unico del quale mi fido.
Sono pronta alla prossima tempesta, non la temo più. Perché io rimango mentre lei passa, io sopravvivo mentre lei si spegne, io gioisco di fronte alla sua rabbia, mi entusiasmo per la sua imprevedibilità; è un’occasione per sentirmi più forte, più viva, per trionfare ogni volta che si abbatte su di me.